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Quando i genitori chiedono i sacramenti, ma il cammino di fede non c’è

Giulio Madeddu

Capita spesso, davanti alle parrocchie, di vedere bambini e ragazzi lasciati all’ingresso pochi minuti prima dell’incontro di catechesi e della messa e ripresi alla fine, quasi come avviene per tante altre attività della settimana. Non necessariamente per disinteresse. Le famiglie vivono ritmi complicati, i genitori corrono tra lavoro, scuola, sport, impegni domestici, e coinvolgerli stabilmente in un percorso parrocchiale diventa sempre più difficile.

Parroci e catechisti lo constatano spesso con una certa amarezza: possiamo accompagnare per anni bambini e ragazzi verso il Battesimo, la Prima Comunione o la Cresima, ma ciò che viene proposto nell’ora di catechesi rischia di trovare poco spazio nella vita familiare quotidiana.

La questione, però, non può essere risolta semplicemente chiedendo ai genitori di «partecipare di più». Per molto tempo abbiamo pensato l’iniziazione cristiana dei ragazzi contando su famiglie che, almeno in qualche misura, trasmettessero linguaggi, gesti e riferimenti della fede. Oggi questa continuità non può più essere presupposta.

Per iniziare alla fede i figli, dunque, spesso occorre ricominciare dalla fede degli adulti. È facile dirlo. Molto più difficile è rispondere alla domanda che ne deriva: come si torna ad annunciare il Vangelo a genitori che hanno già ricevuto i sacramenti, che magari conservano un legame affettivo con la Chiesa, ma che da anni non vivono un vero cammino di fede? È forse proprio questa una delle sfide più interessanti della pastorale sacramentale di oggi.

La fede non si trasmette più automaticamente

Le Linee di orientamento della CEI Radicati e costruiti in Cristo partono da una constatazione molto netta: «la trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per assodato». E aggiungono: «Si continua a dare per scontata la fede […] Non è più così!» (Radicati e costruiti in Cristo, 1.2). Questa affermazione aiuta a leggere con maggiore lucidità ciò che avviene nelle nostre parrocchie.

Non siamo semplicemente davanti a genitori meno disponibili o meno interessati rispetto al passato. Siamo davanti a un cambiamento più profondo: molti adulti hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma non sempre hanno sviluppato una fede adulta, consapevole e capace di diventare riferimento per la vita quotidiana.

Per questo il documento CEI osserva che alcune modalità tradizionali di trasmissione «non siano più adeguate, soprattutto con i giovani e con gli adulti» e ricorda che la fede nasce e si rinnova attraverso «l’incontro vivo con il Signore Risorto» (Radicati e costruiti in Cristo, 2). Il problema, allora, non è soltanto come far partecipare maggiormente i genitori agli incontri. È come creare le condizioni perché possano riscoprire personalmente ciò che desiderano trasmettere ai figli.

Dietro la richiesta di un sacramento

Quando una famiglia chiede il Battesimo di un bambino, iscrive un figlio alla Prima Comunione o lo accompagna verso la Cresima, non sempre la motivazione è immediatamente religiosa. Possono esserci la tradizione familiare, il desiderio di non interrompere ciò che si è ricevuto, l’appartenenza culturale, la volontà di offrire al figlio «dei valori», il ricordo positivo della propria infanzia, il desiderio che abbia comunque un rapporto con Dio.

A volte la domanda di fede è chiara. Altre volte è fragile, confusa, quasi nascosta dentro motivazioni più sociali o affettive. Ma una domanda incompleta non è necessariamente una domanda falsa. Il compito pastorale consiste proprio nel provare a farla emergere.

Per questo Radicati e costruiti in Cristo chiede che la trasmissione della fede avvenga «nell’ascolto autentico e profondo di quanto le persone vivono e sperimentano» (Radicati e costruiti in Cristo, 2). Prima di spiegare ai genitori che cosa dovrebbero fare, forse occorre chiedere che cosa stanno vivendo. Perché desiderate questo sacramento per vostro figlio? Che cosa ricordate della vostra esperienza cristiana? Che cosa vi è rimasto? Che cosa oggi vi è diventato difficile? C’è qualcosa che vorreste riscoprire? Non sono domande per verificare se una famiglia sia abbastanza religiosa. Sono domande che permettono di passare dalla pratica amministrativa all’incontro con una storia.

Dai requisiti al secondo annuncio

Quando ci accorgiamo che una famiglia è poco coinvolta, la risposta più immediata rischia di essere l’aumento delle condizioni: più incontri, più presenze obbligatorie, più firme, più verifiche. Ma la moltiplicazione degli adempimenti non produce necessariamente fede.

Possiamo ottenere genitori presenti a molte riunioni senza aver aperto in loro nessuna domanda sul Vangelo. E possiamo incontrare poche volte una persona, ma permetterle di riscoprire qualcosa che sembrava ormai dimenticato.

Il documento CEI offre, su questo punto, una prospettiva particolarmente interessante: invita a promuovere «percorsi di primo o di secondo annuncio agli adulti che incrociano la vita della parrocchia», collegati alla loro concreta situazione di vita (Radicati e costruiti in Cristo, 2). I genitori dei ragazzi della catechesi sono precisamente adulti che incrociano la vita della parrocchia. Forse molti di loro non hanno bisogno anzitutto di un corso sul sacramento che riceverà il figlio. Hanno bisogno di poter riascoltare il cuore della fede cristiana dentro la loro vita adulta: il matrimonio, l’educazione dei figli, il lavoro, le fatiche, le crisi, il desiderio di futuro.

Questo non significa abbassare le esigenze del sacramento. Al contrario, significa prenderlo tanto sul serio da non ridurre la preparazione a un insieme di obblighi. Accogliere una domanda incompleta non significa lasciarla incompleta. Significa accompagnarla perché possa maturare.

Creare luoghi nei quali gli adulti possano ricominciare

Qui probabilmente sta una delle questioni più difficili. Non basta inserire nel calendario altri tre incontri obbligatori per i genitori. Se lo schema resta quello della lezione frontale, con qualcuno che parla e altri che ascoltano passivamente, rischiamo semplicemente di riprodurre con gli adulti lo stesso modello che già fatichiamo a utilizzare con i ragazzi.

Radicati e costruiti in Cristo parla invece della necessità di percorsi di «ricominciamento» per giovani e adulti e chiede la creazione di «contesti ospitali di ascolto e di narrazione adulta della fede», attenti alle dinamiche esistenziali e alle sfide culturali del nostro tempo (Radicati e costruiti in Cristo, 2). L’espressione è particolarmente significativa. Un adulto ha bisogno di poter parlare della fede da adulto. Di poter raccontare dubbi, distanze, ferite, esperienze positive e negative. Di non sentirsi trattato come uno scolaro che deve recuperare una materia non studiata.

Gli incontri con i genitori potrebbero allora diventare meno numerosi ma più significativi. Meno centrati sulle informazioni organizzative e più capaci di partire dalla vita. Meno orientati al controllo della presenza e più alla qualità dell’incontro. E questo compito non riguarda soltanto i catechisti. La CEI ricorda che l’iniziazione alla vita cristiana non può essere «appannaggio dei soli catechisti», ma deve coinvolgere realmente l’intera comunità (Radicati e costruiti in Cristo, 2). Se vogliamo accompagnare i genitori, dunque, occorrono comunità adulte capaci di accogliere altri adulti.

Quando una famiglia torna a bussare

Naturalmente non ogni richiesta sacramentale nasconde una domanda spirituale profonda. A volte prevalgono l’abitudine, la festa, la pressione dei nonni, il desiderio di fare come fanno gli altri. La pastorale non deve fingere che tutto questo sia già fede matura. Ma neppure può limitarsi a distinguere tra famiglie praticanti e non praticanti, motivate e non motivate, vicine e lontane.

Tra l’accettazione automatica e l’esame di ammissione esiste lo spazio propriamente pastorale dell’accoglienza, dell’annuncio e dell’accompagnamento. Una famiglia che non partecipa abitualmente alla vita ecclesiale e che chiede il Battesimo di un figlio sta comunque bussando alla porta della comunità. Un genitore che accompagna un ragazzo alla catechesi sta creando un punto di contatto che forse prima non esisteva.

La domanda decisiva allora non è soltanto: quanto parteciperà? È piuttosto: che cosa facciamo di questo incontro?

Non tutti inizieranno un cammino stabile. Non tutti torneranno regolarmente alla Messa domenicale. Non possiamo misurare il frutto pastorale soltanto attraverso la frequenza. Ma possiamo chiederci se quella persona abbia trovato una comunità capace di ascoltarla, se abbia potuto riscoprire qualcosa della propria fede, se sia nata una domanda nuova, se sia rimasta una relazione alla quale poter tornare.

Forse oggi iniziare alla fede i ragazzi significa sempre più spesso offrire anche ai loro genitori la possibilità di ricominciare. E forse il vero rischio non è che molti genitori chiedano ancora i sacramenti senza possedere già un cammino di fede. Il rischio sarebbe che, proprio mentre tornano a bussare, noi non ci accorgessimo che quella porta che si apre può essere il punto dal quale un cammino ricomincia.