C’è una serie televisiva che da qualche anno circola con insistenza negli ambienti cristiani, citata nei gruppi parrocchiali, consigliata tra catechisti, condivisa sui social. Si chiama “The Chosen”, è prodotta dal cristiano evangelico statunitense Dallas Jenkins, che ne è anche il regista, e racconta la vita di Gesù e dei suoi discepoli con un linguaggio cinematografico accessibile e curato. Nata grazie al finanziamento diretto di migliaia di sostenitori e distribuita gratuitamente tramite un’app dedicata, è poi approdata sulle principali piattaforme di streaming. La serie è articolata in stagioni di otto episodi ciascuna, della durata variabile tra i trenta e i cento minuti. Ad oggi ne sono state prodotte cinque su sette previste: le prime seguono la vocazione dei discepoli e il ministero pubblico di Gesù, dalla Galilea alla Giudea; la quinta, intitolata “Last Supper”, copre gli eventi della Settimana Santa. Le ultime due, ancora in lavorazione, racconteranno la crocifissione e la risurrezione. L’arco narrativo accompagna dunque l’intero racconto evangelico, dalla chiamata dei primi discepoli fino alla Pasqua.
L’interesse che suscita in ambito pastorale è comprensibile. Ma proprio per questo vale la pena fare qualche riflessione su come possa essere utilizzata nella catechesi, e soprattutto cosa significhi davvero “utilizzarla”.
Il primo punto da chiarire è il più importante. “The Chosen” dovrebbe essere uno strumento, non l’argomento centrale di un incontro di catechesi. Chi si prepara ha il compito di pensare e costruire un’esperienza di fede, non di intrattenimento. Se la serie viene usata come riempitivo o come espediente per “fare qualcosa di diverso”, si trasmetterà inconsciamente l’idea che il Vangelo, da solo, non basti. In realtà, la vera efficacia nell’affidarsi a una serie come questa risiede nella fase di preparazione di chi conduce l’incontro, ancor più che nella visione diretta da parte dei ragazzi. Un catechista che guarda la serie con attenzione può trovarvi angolazioni inedite su episodi evangelici noti, spunti per costruire il proprio racconto. La serie diventa così materiale di lavoro per l’adulto, non solo qualcosa da proiettare.
C’è poi una questione pratica. Un incontro ha la durata, nella maggior parte dei casi, di un’ora o poco più: un episodio ne può occupare quasi cinquanta. I tempi non permettono quasi mai la visione integrale che non lascerebbe spazio alla riflessione, al confronto, alla preghiera. Se si scelgono alcune scene, vanno selezionate con cura e integrate in un percorso che abbia una coerenza propria, tenendo conto anche dei ridotti tempi di attenzione dei ragazzi di oggi, e non solo dei ragazzi.
Vale la pena comunque osservare che la struttura seriale ha un elemento di familiarità per i più giovani, abituati a fruire contenuti in questo formato sulle piattaforme, e non è escluso che una visione episodio dopo episodio possa essere proposta anche in ambito familiare. Riconoscere i linguaggi attraverso cui i bambini e i ragazzi più grandi recepiscono le storie consente di dialogare con loro in modo più consapevole.
Un aspetto della serie particolarmente efficace per la formazione è la rappresentazione dei discepoli e di altri personaggi importanti nel racconto. Non figure già compiute, ma persone ordinarie con i loro limiti, le paure, le contraddizioni. Simone (Pietro) con le sue fragilità e la sua irruenza, Andrea che fatica a uscire dall’ombra del fratello, Giacomo e Giovanni con la loro impazienza, Matteo isolato dal gruppo per il suo passato di pubblicano, Tommaso alle prese con i propri dubbi, Natanaele con il suo scetticismo iniziale, Maria Maddalena con il peso di ciò che è stata. Mostrare in modo così coinvolgente che Gesù sceglie persone fragili e fallibili aiuta a prendere coscienza che la fallibilità dell’uomo non è un ostacolo all’amicizia con lui, che la vocazione cristiana non esclude le cadute e che il cammino di conversione le attraversa. E va detto che la serie riesce a raccontare tutto questo anche con una buona dose di umorismo: le dinamiche di gruppo tra i discepoli, le incomprensioni, le piccole rivalità sono tratteggiate con una leggerezza che rende il racconto più vivo e accessibile.
C’è poi un aspetto più sottile da tenere presente, soprattutto quando si pensa di utilizzare questo tipo di contenuti con i più piccoli. Una delle ricchezze della catechesi con i bambini è il lavoro che la loro immaginazione compie liberamente: il Gesù che un bambino si costruisce nella fantasia, ascoltando il Vangelo, è un Gesù personale e vivo. Offrire una rappresentazione visiva confezionata comporta il rischio di sostituire quell’immagine interiore con una predefinita. E da questo punto di vista l’adozione va sempre ben ponderata. La serie, va detto, non si allinea all’iconografia classica: il suo Gesù ha tratti mediorientali coerenti con il contesto storico della Palestina del primo secolo, e questo può incuriosire e aprire un confronto utile. Mai però scambiare la verosimiglianza per verità, un altro rischio sempre presente.
“The Chosen” può arricchire il lavoro catechistico a patto di non fraintenderne la funzione. Non è la risposta a una catechesi che fatica a coinvolgere. È un materiale narrativo che può aiutare chi prepara un incontro a trovare angolazioni diverse e, a piccole dosi, i ragazzi a immedesimarsi in alcune situazioni. Il suo posto più naturale resta nella formazione di chi forma. Ma questo vale per “The Chosen” come per qualsiasi altro strumento: il punto, alla fine, è sempre la preparazione. Preparare bene un incontro di catechesi richiede una fatica che è insieme studio, ricerca e disponibilità a esplorare linguaggi e strumenti che non sempre rientrano nelle proprie abitudini, compresi quelli che a un primo sguardo possono sembrare lontani dalla propria sensibilità. La condizione, però, è farne esperienza in prima persona prima di proporli ad altri. Nessuno strumento funziona se chi lo propone non lo conosce davvero, e nessuno strumento sostituisce la cura con cui un educatore pensa e costruisce il tempo che condividerà con chi gli è affidato.
