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Catechesi oltre le ricette pronte: prima del metodo viene il contesto

Giulio Madeddu

Quando si parla di catechesi per il completamento dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi, una delle domande che ricorre più frequentemente riguarda il metodo. Quale modello utilizzare? Quali strumenti adottare? Come rendere gli incontri più coinvolgenti? Come superare una catechesi troppo scolastica? Come integrare esperienza, gioco, racconto, laboratorio, liturgia?

Sono domande importanti. Ma forse, prima ancora di chiederci quale metodo adottare, dovremmo domandarci: conosciamo davvero il contesto nel quale siamo chiamati ad annunciare il Vangelo e ad accompagnare alla fede questi ragazzi?

Prima del metodo viene il contesto!

Non perché il metodo sia irrilevante. Al contrario, il Direttorio per la catechesi dedica un intero capitolo alla metodologia. Ma proprio introducendo questo tema offre un’indicazione decisiva: il metodo deve considerare «le circostanze concrete della comunità ecclesiale e dei singoli battezzati» (n. 194). E aggiunge subito dopo che la catechesi «non ha un unico metodo», ma è chiamata a valorizzarne diversi, perché l’età, la maturità, le condizioni personali e molte altre circostanze richiedono approcci differenti (n. 195).

Si potrebbe dire, allora, che la domanda sul metodo non può essere la prima domanda. Prima occorre conoscere la realtà nella quale la catechesi prende forma.

Del resto, lo stesso Direttorio afferma che la scelta di percorsi diversi «dipende dalle concrete situazioni dei soggetti della catechesi» (n. 196).

Non esiste dunque un metodo buono in astratto, da applicare indistintamente ovunque. Esistono persone, famiglie, comunità, territori e storie differenti, dentro i quali il Vangelo deve poter risuonare.

1) Il contesto familiare e “biografico”

Il primo contesto è quello nel quale il bambino o il ragazzo vive quotidianamente.

Da quale famiglia proviene? Qual è il rapporto dei genitori con la fede? Esiste ancora un linguaggio religioso in casa? Ci sono nonni che mantengono una pratica cristiana? Quali relazioni accompagnano la sua crescita?

Ma occorre andare anche più in profondità. Ci sono famiglie serene e altre attraversate da separazioni, conflitti, precarietà economiche, lutti, malattie, solitudini. Ci sono ragazzi che crescono dentro reti familiari solide e altri che portano ferite delle quali spesso la comunità cristiana sa poco.

Non si tratta evidentemente di classificare o giudicare le famiglie. Si tratta di prendere sul serio ciò che il Direttorio afferma quando definisce l’esperienza umana «costitutiva della catechesi». Essa non è soltanto «il luogo in cui far risuonare la Parola di Dio», ma anche «lo spazio in cui Dio parla» (n. 197).

Questo cambia lo sguardo.

La storia concreta di un ragazzo non è semplicemente una situazione della quale tenere conto per rendere più efficace un incontro. È uno dei luoghi nei quali cercare e riconoscere ciò che Dio sta già operando. Per questo il catechista è chiamato ad accostarsi all’esperienza delle persone «con una attitudine di amore, accoglienza e rispetto» (n. 197).

Lo stesso Gesù, ricorda il Direttorio, «cerca, incontra e accoglie le persone nelle loro concrete situazioni di vita» e parte dagli eventi della vita e della storia per aprire alla comprensione del Regno (n. 198).

Anche parole fondamentali della fede — padre, casa, fraternità, perdono, fiducia, promessa — possono risuonare in maniera profondamente diversa a seconda dell’esperienza vissuta. La catechesi non può quindi partire soltanto dal programma da svolgere. Deve partire anche dall’ascolto delle vite.

E la famiglia non rappresenta semplicemente un destinatario esterno alla catechesi. Il Direttorio la riconosce come «luogo naturale in cui la fede può essere vissuta in maniera semplice e spontanea» e sottolinea che proprio nella famiglia il Vangelo può radicarsi nel contesto dei valori umani più profondi (n. 227).

Per questo tra famiglia e comunità cristiana dovrebbe esistere un rapporto reciproco: «la comunità riceve dalla famiglia una comprensione della fede immediata e legata con naturalezza alle vicende della vita» e la famiglia riceve dalla comunità gli strumenti per rileggere nella fede la propria esperienza (n. 229).

Non si tratta allora soltanto di coinvolgere maggiormente i genitori nel catechismo dei figli. Si tratta di riconoscere il contesto familiare come parte integrante del processo di iniziazione cristiana.

2) Il contesto sociale e territoriale

Ogni bambino e ogni ragazzo appartiene anche a un quartiere, a un paese, a una scuola, a un ambiente sociale. Non è la stessa cosa crescere nel centro di una città, in una periferia urbana, in un piccolo paese o in una zona caratterizzata da forte mobilità della popolazione. Cambiano le relazioni, le opportunità educative, le fragilità, le forme della socializzazione e persino i modi di percepire l’appartenenza.

Occorre allora domandarsi: quali sono i luoghi frequentati dai ragazzi? Quali esperienze segnano le loro giornate? Qual è il rapporto con la scuola, lo sport, il gruppo dei pari, il mondo digitale? Quali povertà attraversano il territorio? Quali trasformazioni sociali e culturali sono in corso?

Il Direttorio invita precisamente a questo discernimento. L’evangelizzazione non consiste nell’«occupare un territorio», ma nel «suscitare processi spirituali nella vita delle persone affinché la fede metta radici e sia significativa» (n. 43).

È un’espressione particolarmente importante: mettere radici. E una radice cresce sempre in un terreno concreto.

La catechesi deve perciò sapersi affiancare agli uomini e alle donne «lì dove essi si trovano» (n. 50). Non dove immaginiamo che siano. Non dove erano le generazioni precedenti. Non dove vorremmo che fossero, ma dove sono realmente.

Anche il linguaggio nasce da questa attenzione. Il Direttorio osserva che la catechesi «si misura con la diversità delle persone, della loro cultura, storia o ambiente, del loro modo e capacità di comprendere la realtà» (n. 204). E proprio per questo invita ad assumere creativamente i linguaggi delle culture e a cercarne di nuovi, «adatti agli interlocutori» (n. 206).

Il territorio, dunque, non è semplicemente lo sfondo geografico nel quale si trova la parrocchia. È parte della realtà che la catechesi è chiamata ad ascoltare e interpretare.

3) Il contesto parrocchiale

C’è poi il contesto della stessa comunità cristiana. Quando si immagina un percorso catechistico è necessario domandarsi quali siano realmente le possibilità della parrocchia. Quali spazi possiede? Esiste un oratorio? Ci sono ambienti nei quali sia possibile fare esperienze diverse dall’incontro tradizionale? Quali sono le risorse ministeriali presenti? Ci sono catechisti sufficienti? Giovani animatori? Coppie e famiglie disponibili? Persone capaci di accompagnare piccoli gruppi? Quale rapporto esiste tra catechesi, liturgia, carità, oratorio, gruppi e associazioni?

Ma soprattutto: quale comunità incontrano i ragazzi quando vengono in parrocchia?

Il Direttorio è molto netto: «la dimensione comunitaria non è solo una “cornice” o un “contorno”, ma è parte integrante della vita cristiana, della testimonianza e dell’evangelizzazione» (n. 88). Questo significa che non possiamo pensare l’iniziazione cristiana come l’attività di un gruppo di catechisti che opera dentro una parrocchia sostanzialmente estranea al processo.

L’iniziazione cristiana introduce alla vita cristiana. Ma perché questo possa accadere deve esserci una vita comunitaria nella quale essere introdotti. Il Direttorio lo esprime con un’immagine particolarmente efficace parlando dell’ispirazione catecumenale della catechesi: il percorso si realizza «in una comunità concreta» e integra l’apporto di diversi carismi e ministeri — catechisti, operatori della liturgia e della carità, responsabili dei gruppi ecclesiali, ministri ordinati — perché «il grembo che rigenera alla fede è tutta la comunità» (n. 64).

Quest’ultima affermazione obbliga a spostare la questione. Prima ancora di chiederci quale metodo debba usare il catechista, dovremmo forse domandarci: quale esperienza di Chiesa offriamo a quel bambino?

La qualità della liturgia, le relazioni tra gli adulti, la capacità di accogliere, la presenza dei giovani, l’attenzione ai poveri, le occasioni di fraternità e di servizio diventano parte dell’iniziazione cristiana.

Anche il parroco, secondo il Direttorio, è chiamato a impostare la catechesi integrandola nel progetto pastorale complessivo della comunità e attraversando le diverse fasi «dell’analisi, della programmazione, della scelta degli strumenti, della messa in pratica e della valutazione» (n. 116).

È significativo che l’analisi venga prima della scelta degli strumenti.

4) Il contesto storico

C’è infine un contesto che rischiamo facilmente di dimenticare: la storia

Ogni comunità arriva all’oggi attraverso un percorso. Lo stesso vale per le famiglie e per il territorio. Una parrocchia può aver conosciuto stagioni di grande partecipazione o periodi di crisi. Può avere una forte tradizione associativa oppure non averla mai sviluppata. Può portare ancora le conseguenze di conflitti, cambiamenti pastorali, trasformazioni demografiche. Può custodire esperienze che hanno segnato profondamente generazioni di persone.

Anche le famiglie possiedono una memoria religiosa. Per alcune il battesimo, la prima comunione e la cresima appartengono ancora a una tradizione viva; per altre sono rimasti soprattutto appuntamenti familiari e sociali; per altre ancora rappresentano forse gli ultimi fili che le collegano alla comunità ecclesiale.

E anche un quartiere o un paese ha una storia: feste, devozioni, associazioni, forme di solidarietà, trasformazioni urbanistiche, migrazioni, mutamenti nella composizione della popolazione. Quindi non si parte mai da zero.

Il Direttorio dedica significativamente attenzione alla memoria, definendola «una dimensione costitutiva della storia della salvezza». La memoria permette di riconoscere i doni ricevuti, di vivere «all’interno di una tradizione senza tagliare le radici» e di sentirsi parte di una storia (n. 201).

Questo vale anche pastoralmente. Conoscere la storia di una comunità non significa riprodurre ciò che si è sempre fatto. Significa comprendere da dove veniamo per discernere dove siamo chiamati ad andare.

La stessa catechesi è chiamata a mettere in relazione la storia di Gesù, la fede della Chiesa e la vita concreta di coloro che oggi ricevono l’annuncio (n. 208).

Per questo progettare la catechesi significa anche domandarsi: che cosa abbiamo ricevuto? Che cosa ha generato fede? Che cosa si è interrotto? Quali linguaggi non parlano più? Quali esperienze continuano invece a essere feconde?

La memoria aiuta così a evitare due errori opposti: ripetere semplicemente ciò che si è sempre fatto oppure pensare che ogni rinnovamento debba cominciare cancellando ciò che è venuto prima.

5) Il contesto culturale ed esistenziale

A questi contesti ne va aggiunto un altro, oggi imprescindibile: quello culturale. I bambini e i ragazzi non vivono soltanto in una famiglia e in un territorio. Abitano un universo di linguaggi, immagini, social network, video, relazioni digitali, esperienze scolastiche e sportive che contribuiscono profondamente alla costruzione della loro identità.

Il Direttorio osserva che le nuove tecnologie non hanno semplicemente cambiato gli strumenti della comunicazione, ma stanno producendo «un nuovo modo di apprendere e di pensare», incidendo sulle relazioni, sull’identità e persino sull’approccio all’esperienza di fede (n. 47). Anche qui sarebbe riduttivo rispondere semplicemente introducendo nella catechesi qualche nuovo strumento digitale.

La domanda è più profonda: come pensano, come apprendono, come costruiscono relazioni, che cosa desiderano, che cosa temono i ragazzi che oggi accompagniamo? Non si tratta di rincorrere ogni mutamento culturale, ma di ascoltarlo per discernere dentro di esso le possibilità dell’annuncio.

6) Dal contesto al metodo

Solo a questo punto arriva propriamente la domanda sul metodo. E forse cambia anche il modo di formularla. Non più soltanto: «Qual è il metodo migliore per fare catechesi?». Ma: «Quale forma di catechesi può aiutare questi bambini e questi ragazzi, appartenenti a queste famiglie, dentro questo territorio e questa cultura, accompagnati da questa comunità e dentro questa storia, a incontrare Gesù Cristo e a entrare progressivamente nella vita cristiana?»

È esattamente qui che il Direttorio colloca la metodologia. Il metodo deve «assumere le istanze autentiche dell’esperienza umana» e considerare «le circostanze concrete della comunità ecclesiale e dei singoli battezzati» (n. 194). Per questo «la catechesi non ha un unico metodo» (n. 195). E per questo è necessaria «un’opera di discernimento» (n. 196).

In una comunità potrà essere necessario investire maggiormente sul rapporto con le famiglie. In un’altra sulla vita comunitaria dei ragazzi. In un’altra ancora sull’oratorio, sulla liturgia domenicale, sui piccoli gruppi, sulla presenza nel territorio o sull’accompagnamento personale.

Non significa improvvisare. Non significa neppure rinunciare alla competenza pedagogica, catechetica e metodologica. Significa, al contrario, sottrarre il metodo alla tentazione della ricetta e ricondurlo alla sua funzione autentica: servire l’incontro tra il Vangelo e persone concrete.

Il Direttorio offre in proposito un’altra affermazione decisiva: gli eventi personali e sociali trovano nella fede una luce interpretativa e, nello stesso tempo, il contenuto della fede deve essere annunciato facendo emergere le sue implicazioni per la vita (n. 196).

Il movimento è dunque sempre duplice: dalla vita al Vangelo e dal Vangelo alla vita.

7) Una catechesi capace di “abitare”

Forse una delle sfide più importanti della catechesi di oggi consiste proprio nel passare dalla ricerca del modello da applicare alla capacità di abitare i contesti.

  • Abitare le famiglie senza giudicarle.
  • Abitare le storie personali senza invaderle.
  • Abitare il territorio senza considerarlo soltanto il bacino dal quale provengono i ragazzi.
  • Abitare la comunità cristiana riconoscendone possibilità e fragilità.
  • Abitare la cultura senza subirla e senza condannarla preventivamente.
  • Abitare la storia senza nostalgia.

È dentro questi luoghi che il Vangelo deve poter risuonare.

La domanda decisiva, allora, non riguarda anzitutto l’efficacia di una tecnica pastorale. È molto più radicale: chi sono i bambini e i ragazzi che il Signore oggi affida alla nostra comunità, da quali storie vengono e quale comunità dobbiamo diventare perché possano realmente essere introdotti alla vita cristiana?

Solo dopo aver cercato di rispondere a queste domande potremo scegliere con intelligenza anche i metodi.

Perché, nella catechesi come in ogni autentica azione pastorale, il metodo non precede l’ascolto della realtà: nasce dal discernimento della realtà alla luce del Vangelo.

E forse è proprio questo uno dei messaggi più significativi del Direttorio per la catechesi: non offrirci una nuova tecnica universale, ma aiutarci a leggere persone, comunità e culture perché l’unico Vangelo possa realmente prendere carne dentro storie sempre diverse.