4. L’Eucaristia: culmine e fonte della vita della parrocchia
L’Eucaristia: sorgente dell’identità e della missione della parrocchia
Il tema dell’Eucaristia nel contesto del giorno del Signore è affrontato con particolare cura nella nota pastorale della CEI sulla parrocchia del 2004 (cf. Nota, 8). Vale però la pena trattare gli argomenti riguardanti il rapporto Eucaristia/parrocchia e domenica/parrocchia, in maniera distinta, per meglio definirne la portata teologico-sprituale e la ricchezza pastorale. E quindi, in questa quarta tappa di rilettura della nota, iniziamo a concentrarci sul primo aspetto.
I vescovi italiani affermano: «Culmine dell’iniziazione cristiana, l’Eucaristia è alimento della vita ecclesiale e sorgente della missione». Ciò significa che attorno all’esperienza dell’Eucaristia si definisce l’identità di una comunità e si determina il contenuto e l’orientamento della sua missione.
Anche l’esperienza della prima comunità, adunata attorno agli apostoli, viene descritta proprio a partire dalla centralità dell’Eucaristia: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,44-47). Quindi, dalla partecipazione al sacrificio di Cristo, celebrato attraverso la “frazione del pane”, sgorgano i frutti di comunione fraterna e d’impegno missionario.
Ed è sempre la nota CEI a ricordare che «Dal costato di Cristo scaturiscono, con i sacramenti, la comunione e la missione della Chiesa. Il “Corpo dato” e il “Sangue versato” sono “per voi e per tutti”: la missione è iscritta nel cuore dell’Eucaristia. Da qui prende forma la vita cristiana a servizio del Vangelo».
Parrocchia e celebrazione eucaristica
All’inizio degli anni Duemila la Conferenza Episcopale Italiana, con il documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001), ha indicato alla Chiesa italiana alcune linee pastorali per il primo decennio del nuovo millennio, invitando le comunità cristiane a rinnovare le forme dell’annuncio del Vangelo nel contesto dei profondi cambiamenti culturali e sociali della società contemporanea. In questo orizzonte si colloca anche la Nota pastorale Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, che intende precisare e rilanciare, nella concreta vita delle comunità parrocchiali, alcune indicazioni già contenute nel piano pastorale del primo decennio, individuando nella parrocchia il luogo privilegiato per tradurre in prassi pastorale l’esigenza di un rinnovato annuncio del Vangelo.
Tra gli ambiti nei quali questo orientamento trova una particolare applicazione vi è proprio la celebrazione dell’Eucaristia, cuore della vita della comunità parrocchiale. A questo proposito i vescovi italiani riprendono un passaggio significativo di Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, nel quale si esortavano le comunità a fare della Messa «una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini» (CVMC 49).
Perché questo principio trovi un’effettiva attuazione nella vita delle comunità, vengono proposte alcune indicazioni pastorali. Anzitutto si invita a ristabilire il giusto equilibrio tra Parola e Sacramento, mediante una cura dell’azione rituale, la valorizzazione dei segni e il necessario legame tra liturgia e vita. Si insiste inoltre sull’importanza della proclamazione della Parola e dell’omelia, affinché i testi biblici siano presentati nel rispetto del loro significato e in dialogo con la condizione concreta dei fedeli, così che possano alimentarne la vita lungo la settimana. Allo stesso tempo si richiama il rispetto dei riti, che non devono essere alterati da variazioni o intromissioni arbitrarie.
La Nota pastorale suggerisce infine alcune attenzioni concrete per la qualità della celebrazione: «I segni e i gesti siano veri, dignitosi ed espressivi, perché si colga la profondità del mistero; non vengano sostituiti da espedienti artificiosi; parlano da soli e non ammettono il prevaricare delle spiegazioni; così si salvaguarda la dimensione simbolica dell’azione liturgica. La celebrazione ha un ritmo, che non tollera né fretta né lungaggini e chiede equilibrio tra parola, canto e silenzio. Si dia spazio al silenzio, componente essenziale della preghiera ed educazione ad essa; si dia valore al canto, quello che unisce l’arte musicale con la proprietà del testo. Va curato il luogo della celebrazione, perché sia accogliente e la fede vi trovi degna espressione artistica» (Nota, 8).

