
Cagliari, 12 ottobre 2026
Care amiche e cari amici,
chi decide che cosa merita di diventare notizia? E quante persone, quante storie, quante situazioni, pur essendo importanti per la vita delle nostre comunità, rimangono fuori dal racconto quotidiano dell’informazione?
Sono domande che appartengono al cuore stesso della professione giornalistica. Ogni giorno siamo chiamati a scegliere: tra moltissimi fatti ne selezioniamo alcuni, decidiamo quali approfondire, a quali dedicare spazio, quali collocare in apertura e quali lasciare sullo sfondo. È inevitabile. Nessun giornale, nessuna radio, nessuna televisione e nessun sito potrebbe raccontare tutto ciò che accade. Eppure proprio questa necessità ci consegna un potere molto delicato: il potere di dare visibilità.
Una vicenda raccontata entra nello spazio pubblico. Una persona intervistata riceve una voce capace di raggiungere molti. Un problema documentato diventa conosciuto e può finalmente attirare attenzione. Il giornalismo, quindi, non si limita a riferire ciò che accade: contribuisce anche a determinare ciò che una comunità vede e considera importante.
C’è, a questo proposito, un piccolo paradosso. Nel nostro mestiere siamo molto attenti all’esclusiva, talvolta quasi ossessionati dalla ricerca di ciò che possiamo raccontare prima degli altri. Molto meno, forse, ci interroghiamo sull’esclusione: su chi resta fuori, sulle storie che non arrivano mai nelle nostre pagine e nei nostri servizi, sulle persone che non trovano spazio nei criteri abituali con cui costruiamo l’informazione.
Cercare un’esclusiva appartiene pienamente al lavoro giornalistico. Significa trovare una notizia, verificarla, approfondirla. Ma accanto alla domanda «che cosa possiamo raccontare che gli altri non hanno?», forse dovremmo conservarne un’altra: «chi non stiamo raccontando affatto?». Perché chi può rendere visibile qualcosa può anche, magari senza volerlo, lasciarlo nell’ombra.
Non occorre pensare necessariamente a una censura volontaria. Spesso sono i meccanismi ordinari dell’informazione a produrre invisibilità: la velocità, gli spazi ridotti, la ricerca di ciò che suscita interesse immediato, l’attenzione concentrata sugli stessi protagonisti e sulle stesse polemiche. Così alcune realtà continuano a esistere, ma finiscono lentamente per scomparire dallo sguardo comune.
Papa Francesco, incontrando l’UCSI il 23 settembre 2019, invitò i giornalisti a non avere paura di «rovesciare l’ordine delle notizie, per dar voce a chi non ce l’ha». È un’espressione che ci interroga non soltanto sui contenuti che scegliamo, ma sui criteri con cui guardiamo la realtà e decidiamo che cosa merita attenzione.
Nello stesso discorso ricordava provocatoriamente come una persona che muore assiderata per strada possa non fare notizia, mentre una variazione della Borsa mobilita immediatamente l’informazione. Il problema non è stabilire che una notizia economica non sia importante. La domanda è un’altra: quale idea dell’uomo e della società emerge dalla gerarchia che diamo alle notizie?
Per noi cristiani questa domanda assume un significato particolare. La Christifideles laici richiama con forza la dignità della persona, definita da Giovanni Paolo II il «bene più prezioso» dell’uomo. Questa convinzione non ci offre un elenco di notizie da pubblicare e non trasforma il giornalismo in catechesi. Può, però, educare il nostro sguardo.
Il valore di una persona non dipende dalla sua notorietà, dal ruolo che ricopre o dalla capacità della sua storia di generare audience. Il Vangelo, anzi, porta continuamente al centro coloro che gli altri rischiano di non vedere. Gesù vede persone che altri hanno smesso di vedere. Forse anche la nostra professione ha bisogno di domandarsi: chi è rimasto fuori dal nostro campo visivo?
In Sardegna questa domanda può assumere molti volti: le piccole comunità e le aree interne, gli anziani, la solitudine, lo spopolamento, le famiglie in difficoltà, ma anche tante esperienze di solidarietà, cultura, volontariato e impegno civile che tengono insieme i territori senza fare rumore. Non tutto può diventare notizia. Ma possiamo chiederci se il nostro racconto della realtà non rischi, talvolta, di diventare troppo ristretto.
Viviamo nella società della massima visibilità e, paradossalmente, tante persone rimangono invisibili. Produciamo una quantità enorme di informazioni, ma questo non significa necessariamente vedere di più. Talvolta raccontiamo sempre le stesse cose, gli stessi protagonisti, le stesse polemiche. Forse uno dei servizi più preziosi che il giornalismo può rendere è proprio allargare lo sguardo: aiutare una comunità a vedere anche ciò che altrimenti rischierebbe di non vedere.
E credo che anche la nostra UCSI possa aiutarci in questo. Non soltanto organizzando incontri e momenti di formazione, ma diventando uno spazio nel quale confrontarci sul nostro modo di guardare la realtà e sui criteri con cui decidiamo ciò che merita attenzione.
Non si tratta di stabilire quali notizie un giornalista cattolico debba raccontare. Si tratta piuttosto di custodire una domanda dentro il nostro lavoro: chi stiamo rendendo visibile e chi, invece, rischia di rimanere invisibile?
Forse anche da questa domanda passa il nostro modo di essere cristiani nella professione. Perché dare voce non significa soltanto mettere qualcuno davanti a un microfono. Significa riconoscere che quella persona, quella comunità, quella storia meritano di entrare nello spazio condiviso della nostra attenzione.
E qualche volta, scegliendo di guardare dove gli altri non guardano più, possiamo aiutare anche gli altri a vedere.
Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna

