
Cagliari, 11 luglio 2026
Care amiche e cari amici,
mi permetto di iniziare questa lettera con una domanda che potrebbe sembrare un po’ insolita: si può diventare santi facendo i giornalisti?
Istintivamente verrebbe da rispondere che la santità appartiene ad altri ambienti: ai monasteri, alle missioni, alle opere di carità, alla vita consacrata. Più difficile immaginarla dentro una redazione, tra una telefonata, una conferenza stampa, una scadenza editoriale, una notizia da verificare o un articolo da consegnare. Eppure è proprio questa la convinzione che la Chiesa continua a riproporre con forza: la santità non è una vocazione riservata a pochi, ma la forma ordinaria della vita cristiana.
San Giovanni Paolo II lo ricorda con parole chiarissime: «La vocazione alla santità affonda le sue radici nel Battesimo e viene riproposta dagli altri sacramenti, principalmente dall’Eucaristia. Rivestiti di Gesù Cristo e abbeverati dal suo Spirito, i cristiani sono “santi”» (Christifideles laici, 16).
Confesso però che, pensando al nostro servizio nell’UCSI, mi è venuta in mente un’altra riflessione. Il giornalista trascorre gran parte della propria vita ad entrare nelle storie degli altri. Ascolta, fa domande, ricostruisce fatti, verifica fonti, cerca particolari che ad altri sono sfuggiti. Talvolta riesce persino a intuire ciò che si nasconde dietro una dichiarazione o un silenzio. È il suo mestiere. Ma proprio per questo corre anche un rischio. Quello di conoscere sempre meglio ciò che accade nel mondo e di dedicare troppo poco tempo a ciò che accade dentro di sé. Sappiamo leggere con attenzione gli avvenimenti della società, ma non sempre troviamo il tempo per leggere il nostro cuore.
Forse non è un caso che questa lettera vi raggiunga proprio nel giorno della festa di san Benedetto abate, patrono d’Europa. La sua Regola, uno dei testi più influenti della spiritualità cristiana, si apre con una sola parola: «Ascolta».
È sorprendente. Ci si aspetterebbe un invito a pregare, a lavorare, a sacrificarsi. Invece Benedetto comincia chiedendo semplicemente di ascoltare. Prima ancora delle parole degli altri, occorre imparare ad ascoltare la voce di Dio e ciò che egli continua a dire nella nostra coscienza.
Anche il giornalista vive di ascolto. Ma c’è un ascolto che nessun registratore può sostituire e che nessuna intelligenza artificiale potrà mai compiere al nostro posto: quello della nostra interiorità.
Non credo sia casuale che il nostro Statuto, tra le finalità dell’UCSI, non parli soltanto di professionalità, ma indichi anche il compito di «elevare il livello spirituale dei soci» (art. 2).
È un’espressione che oggi potrebbe sembrare quasi fuori moda. E invece conserva una straordinaria attualità, perché ci ricorda che non basta diventare giornalisti migliori. Occorre diventare cristiani migliori mentre svolgiamo il nostro lavoro. La santità, infatti, non consiste nel fare cose religiose, ma nel vivere evangelicamente ciò che siamo chiamati a fare ogni giorno. Per questo la Christifideles laici afferma che «tutti i fedeli sono chiamati alla santità e alla perfezione della carità» (17).
Non alcuni. Tutti. Anche chi scrive articoli, anche chi realizza servizi televisivi o radiofonici, anche chi cura un sito internet o un ufficio stampa, anche chi racconta, con onestà e passione, la vita delle persone.
Papa Francesco, incontrando l’UCSI nel sessantesimo anniversario della sua fondazione, ci ha ricordato che «il giornalista – che è il cronista della storia – è chiamato a ricostruire la memoria dei fatti, a lavorare per la coesione sociale, a dire la verità ad ogni costo», aggiungendo che le nostre parole «possono generare spazi di libertà o di schiavitù» e che la comunicazione «ha bisogno di parole vere in mezzo a tante parole vuote».
Sono parole impegnative. Ma forse diventano davvero possibili solo quando il nostro lavoro nasce da una vita spirituale coltivata con fedeltà. Al termine del suo discorso, Papa Francesco ci ha indicato anche una figura luminosa: il beato Manuel Lozano Garrido, primo giornalista laico beatificato. Nel suo Decalogo del giornalista invitava a «lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità».
Mi colpisce quell’espressione: il lievito dell’eternità. Forse è proprio questo che distingue il giornalista cristiano. Non racconta una realtà diversa dagli altri, racconta la stessa realtà, ma prova a guardarla con uno sguardo capace di riconoscere, anche negli avvenimenti più ordinari, i segni discreti della presenza di Dio.
Cari amici, continuiamo pure a cercare con rigore le notizie, a verificare le fonti, ad approfondire i fatti. È parte della nostra vocazione professionale. Ma non dimentichiamo che esiste un’inchiesta che nessun collega potrà mai svolgere al nostro posto. Quella sul nostro cuore.
Con affetto e nella preghiera.
Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna

