
Cagliari, 8 settembre 2026
Care amiche e cari amici,
settembre è per molti il mese della ripresa. Riprendono con maggiore intensità il lavoro, gli impegni, le attività associative e, quasi naturalmente, anche i percorsi di formazione. Proprio questa parola vorrei mettere al centro della nostra riflessione mensile: formazione.
Vorrei partire da una domanda: possiamo continuare a raccontare un mondo che cambia senza continuare anche noi a imparare?
Per chi lavora nell’informazione la risposta sembra quasi scontata. La nostra professione richiede un aggiornamento continuo. Cambiano gli strumenti, i linguaggi, le piattaforme, le modalità attraverso cui le notizie vengono prodotte e diffuse. Negli ultimi anni, poi, l’intelligenza artificiale e gli algoritmi hanno introdotto trasformazioni che fino a poco tempo fa avremmo difficilmente immaginato.
Ma proprio qui nasce una seconda domanda: formarsi significa soltanto imparare a usare strumenti nuovi?
Credo di no. Anzi, quanto più gli strumenti diventano potenti, tanto più abbiamo bisogno di persone capaci di comprenderne possibilità e limiti. Un giornalista può conoscere perfettamente una nuova tecnologia e non per questo essere maggiormente capace di comprendere una guerra, una crisi sociale, una vicenda politica o semplicemente la storia di una persona che incontra. Perché conoscere gli strumenti non significa ancora comprendere la realtà.
È interessante che il nostro Statuto, parlando delle finalità dell’UCSI, tenga insieme dimensioni che potremmo essere tentati di separare. L’Unione si propone infatti di «elevare il livello spirituale, morale, culturale e professionale dei soci» e indica esplicitamente l’impegno a promuovere «una adeguata formazione permanente» (art. 2.1).
Mi colpisce soprattutto quell’aggettivo: permanente. La formazione non appartiene soltanto agli anni nei quali apprendiamo le conoscenze di base e impariamo un “mestiere”. Accompagna tutta la vita professionale. E non riguarda soltanto le competenze tecniche, perché lo Statuto mette insieme crescita spirituale, morale, culturale e professionale. È una visione integrale della persona che avevamo già indicato all’inizio di questo nostro percorso.
La Christifideles laici dedica proprio alla formazione dei laici l’ultima parte della sua riflessione e parla significativamente di una «formazione integrale e unitaria» (n. 60-61). San Giovanni Paolo II richiama la competenza professionale, ma insieme ad essa il senso della famiglia e il senso civico, la probità, la giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza d’animo. La formazione cristiana, dunque, non consiste nell’aggiungere un po’ di spiritualità alla preparazione professionale. Riguarda la persona nella sua interezza.
Per noi giornalisti e comunicatori questa esigenza assume oggi una particolare urgenza. Viviamo immersi in un flusso informativo enorme. Abbiamo accesso in pochi secondi a quantità di dati che nessuna generazione precedente ha avuto a disposizione. E tuttavia avere più informazioni non significa necessariamente comprendere meglio.
Per comprendere occorre cultura. Occorre conoscere la storia, imparare a collegare i fatti, distinguere una fonte affidabile da una fragile, riconoscere interessi e linguaggi, evitare semplificazioni. Occorre soprattutto continuare a coltivare quella capacità critica che permette di non fermarsi alla superficie degli avvenimenti. Già nella lettera di aprile avevamo ricordato come la Christifideles laici, parlando proprio della comunicazione sociale, chieda una formazione al senso critico e alla passione per la verità (n. 44).
Ma per il comunicatore cristiano c’è ancora qualcosa in più. Abbiamo bisogno di formare non soltanto le nostre competenze, ma anche la nostra coscienza. Perché alla fine, dietro ogni strumento, c’è sempre qualcuno che decide come utilizzarlo; dietro ogni notizia, qualcuno che sceglie che cosa mettere in evidenza; dietro ogni parola, una persona che se ne assume la responsabilità.
Forse è proprio qui che comprendiamo meglio il valore dell’UCSI. La Christifideles laici riconosce alle associazioni laicali un ruolo nella formazione, vissuta dentro l’esperienza concreta della vita e dell’apostolato. Ma perché le opportunità offerte diventino occasioni di crescita occorre scegliere di esserci. Non disertiamo gli incontri e le iniziative che l’UCSI promuove, a livello regionale e nazionale, facciamocene anzi promotori, coinvolgendo altri colleghi. Esserci e far circolare le proposte è il modo più semplice e concreto per vivere la nostra associazione.
L’UCSI può essere così un luogo nel quale continuiamo a “imparare insieme”, dove competenze e domande etiche, cultura e fede, esperienza professionale e discernimento cristiano si incontrano. Non soltanto un’associazione che organizza formazione, ma una comunità nella quale ci formiamo reciprocamente. San Giovanni Paolo II scrive: «più veniamo formati e più sentiamo l’esigenza di proseguire e approfondire tale formazione, come pure più veniamo formati e più ci rendiamo capaci di formare gli altri» (n. 63).
Cari amici, forse settembre può consegnarci proprio questo piccolo impegno: non smettere di imparare. Non soltanto perché il nostro mestiere cambia, ma perché cambia il mondo che siamo chiamati a raccontare e perché cambiamo anche noi. Gli strumenti continueranno ad evolversi e probabilmente lo faranno sempre più velocemente. Ma proprio per questo avremo bisogno di qualcosa che nessun aggiornamento tecnologico potrà sostituire: persone formate, capaci di comprendere prima ancora che di comunicare.
Perché, in fondo, possiamo raccontare davvero soltanto ciò che abbiamo imparato a comprendere.
Con affetto e nella preghiera.
Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna

