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Lettera ai giornalisti e comunicatori dell’Ucsi Sardegna. Agosto 2026

Giulio Madeddu

Cagliari, 10 agosto 2026

Care amiche e cari amici,

agosto porta con sé, almeno per molti, un ritmo diverso. Le attività rallentano, qualcuno riesce a concedersi qualche giorno di vacanza, altri continuano a lavorare, ma dentro un tempo che sembra comunque invitare a una maggiore distensione. Mi sembra allora che questo mese possa offrirci l’occasione per riflettere su una dimensione che difficilmente associamo alla nostra professione: la capacità di fermarsi.

Nel Vangelo di Marco gli apostoli ritornano da Gesù dopo essere stati inviati in missione e gli raccontano tutto quello che hanno fatto e insegnato. Attorno a loro continua però ad esserci movimento: «erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare». È proprio allora che Gesù dice: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).

È sorprendente: Gesù non affida loro subito un nuovo compito, ma li invita a fermarsi.

Forse questa parola riguarda in modo particolare anche noi che viviamo nel mondo della comunicazione. Il giornalista osserva ciò che accade, incontra persone, cerca particolari, segue avvenimenti, verifica dichiarazioni. La sua giornata è attraversata da una quantità enorme di fatti, parole e volti. E proprio chi vede continuamente tante cose può correre un rischio paradossale: vedere tutto e non guardare più nulla.

Chissà quante volte ci siamo sentiti dire, o abbiamo detto agli altri, che c’è una bella differenza tra vedere e guardare. Vediamo ciò che passa davanti ai nostri occhi; guardiamo davvero quando ci fermiamo e concediamo a qualcosa o a qualcuno tempo e attenzione. E c’è forse una differenza ancora più profonda tra guardare e contemplare: lasciare che ciò che abbiamo davanti ci raggiunga, ci interroghi, magari ci sorprenda.

La velocità dell’informazione non aiuta. Una notizia ne sostituisce immediatamente un’altra, un’immagine viene superata dalla successiva, una storia che per qualche ora occupa le prime pagine scompare rapidamente dai nostri schermi. Siamo continuamente raggiunti dalla realtà, ma rischiamo di non lasciarci più raggiungere veramente da essa.

E proprio il periodo estivo rende evidente un curioso paradosso del nostro lavoro. Le redazioni non possono andare in vacanza. I giornali devono uscire, i notiziari andare in onda, i siti essere aggiornati anche quando molte attività rallentano, la politica si ferma o quasi e le stesse redazioni si alleggeriscono per le ferie. Capita così di dover rincorrere comunque qualcosa da raccontare, perché una pagina deve essere riempita, un titolo trovato, un aggiornamento pubblicato.

È una dinamica comprensibile, legata alle esigenze concrete del mestiere. Ma può suggerirci una domanda: davvero tutto deve sempre diventare notizia? E il bisogno di avere continuamente qualcosa da raccontare ci consente ancora di distinguere ciò che è importante da ciò che serve semplicemente a riempire uno spazio?

Anche per questo il riposo non è soltanto una necessità fisica. Può diventare una forma di libertà interiore: riconoscere che il mondo continua ad esistere anche senza il nostro intervento e che noi stessi siamo qualcosa di più di ciò che facciamo e produciamo.

Nella lettera del mese scorso abbiamo riflettuto sulla santità nella vita professionale e sulla necessità di coltivare quell’ascolto interiore che nessun registratore e nessuna intelligenza artificiale possono compiere al nostro posto. Il riposo può essere una continuazione di quell’ascolto: quando diminuisce il rumore, tornano ad emergere volti, relazioni e domande che la fretta quotidiana aveva coperto.

Può significare tornare a guardare chi ci sta accanto senza fretta, oppure il creato che ci circonda. Un tramonto, il mare, il silenzio della campagna non hanno bisogno di essere immediatamente fotografati e condivisi per avere valore. Ci sono esperienze che acquistano profondità proprio quando accettiamo di non trasformarle subito in contenuti.

Anche il riposo, del resto, appartiene alla nostra vocazione. Nella Scrittura Dio stesso, dopo aver contemplato quanto aveva fatto e averlo riconosciuto «molto buono», si riposa. Il settimo giorno ci ricorda così che la realtà non è soltanto qualcosa da fare, modificare o raccontare: è anzitutto un dono da ricevere.

Forse proprio per questo uno sguardo che ha imparato a fermarsi può tornare al lavoro più capace di riconoscere ciò che la fretta lascia ai margini: un dettaglio, una fragilità, una storia apparentemente minore, una persona che gli altri non hanno notato. Papa Francesco, incontrando l’UCSI nel 2019, ci invitava a «rovesciare l’ordine delle notizie, per dar voce a chi non ce l’ha». Per accorgerci di chi non ha voce occorre forse avere ancora occhi capaci di guardare.

Cari amici, se in questo mese avremo la possibilità di concederci qualche giorno o anche soltanto qualche ora di riposo, proviamo a viverli non semplicemente come una pausa tra ciò che abbiamo fatto e ciò che dovremo ricominciare a fare.

Fermiamoci per tornare a guardare: le persone che amiamo, il creato che ci circonda, ciò che accade dentro di noi. E soprattutto lasciamoci guardare da Dio. Perché forse anche per chi vive di notizie vale una piccola regola: per raccontare bene il mondo bisogna, ogni tanto, smettere di raccontarlo e tornare semplicemente a contemplarlo.

Buon riposo a tutti.

Con affetto e nella preghiera.

Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna