Cagliari, 28 gennaio 2026
Care amiche e amici.
Con la delegazione sarda siamo appena rientrati dal Congresso nazionale dell’Ucsi, svoltosi a Torino dal 23 al 25 gennaio. È da questa esperienza recente e significativa che prende avvio una riflessione che, mensilmente, desidero condividere con tutte le socie e i soci dell’Ucsi Sardegna.
I giorni trascorsi insieme hanno favorito un clima di relazione autentica, di amicizia e di appartenenza ecclesiale che va oltre la dimensione del semplice incontro associativo. In quel contesto la professione giornalistica si è riscoperta non soltanto come “mestiere”, ma come spazio di comunione e, per molti, come vero e proprio luogo di ministerialità ecclesiale, capace di abitare insieme la Chiesa e il mondo.
Il dialogo e la riflessione congressuale hanno posto al centro il tema del “disarmare le parole”. L’invito esigente a un uso responsabile del linguaggio, a sottrarre la comunicazione alla logica della contrapposizione e della violenza verbale, per restituirle la capacità di costruire ponti, generare fiducia e custodire la verità. Non è un caso che questo confronto si sia svolto in un luogo fortemente simbolico come il Sermig, spazio nato dalla trasformazione di un arsenale di guerra in luogo di riconciliazione, dialogo e servizio. In quel contesto il tema del “disarmare” ha assunto una forza particolare, diventando non solo una riflessione sul linguaggio, ma una consegna concreta per il nostro modo di comunicare.
È a partire da questa esperienza, e da questa consegna, che sento il desiderio — e, in qualche modo, anche la responsabilità — di proporre a voi, socie e ai soci dell’Ucsi Sardegna, un cammino di riflessione che ci accompagni lungo l’arco dell’anno, mese dopo mese. Un cammino pensato per aiutarci a rileggere il nostro lavoro e la nostra appartenenza associativa in modo più consapevole e unitario.
Viviamo un tempo complesso per il mondo dell’informazione, segnato da trasformazioni rapide, da pressioni economiche e culturali, da una crescente fragilità del linguaggio pubblico. In questo contesto avverto sempre più l’urgenza di fermarci non solo a chiederci come facciamo giornalismo e comunicazione, ma perché lo facciamo, per chi e a quale visione dell’uomo il nostro lavoro rimanda.
Il riferimento principale di questo percorso sarà la Christifideles laici, l’esortazione apostolica di san Giovanni Paolo II (30 dicembre 1988) che rimane uno dei testi più significativi e attuali sulla vocazione dei laici nella Chiesa e nel mondo. In quelle pagine la Chiesa affida ai laici una responsabilità chiara: abitare i luoghi ordinari della vita — il lavoro, la cultura, la comunicazione — riconoscendoli come luoghi di chiamata e di missione.
Per noi giornalisti e comunicatori questo significa riconoscere che il mondo dell’informazione è una vera e propria “vigna” affidata alla nostra cura, secondo l’immagine evangelica degli operai chiamati a lavorare nella vigna, posta dalla Christifideles laici a fondamento della vocazione laicale. Non uno spazio neutro o meramente tecnico, ma un ambito in cui si giocano scelte umane decisive: il rapporto con la verità, il rispetto della dignità delle persone, la costruzione o la frammentazione del tessuto sociale.
Accanto alla Christifideles laici, il percorso terrà conto in modo esplicito anche dello Statuto dell’Ucsi, recentemente emendato con alcune modifiche proprio in occasione del Congresso di Torino. Desidero rileggerlo non come un semplice testo normativo, ma come una traduzione concreta e associativa della medesima visione ecclesiale.
Lo Statuto definisce infatti l’Ucsi come un’Unione insieme professionale ed ecclesiale, ispirata al servizio delle persone, al Vangelo e al Magistero della Chiesa. In esso prendono forma temi che ci toccano da vicino: la testimonianza cristiana nel mondo della comunicazione, la formazione integrale, la responsabilità etica, il servizio al bene comune.
Mettere in dialogo Christifideles laici e Statuto Ucsi significa, allora, riconoscere che l’associazione non è un’aggiunta opzionale al percorso personale, né un semplice contenitore di iniziative, ma una forma comunitaria della vocazione del giornalista laico-cristiano. È il luogo in cui la chiamata personale incontra una responsabilità condivisa, uno stile comune, un’appartenenza ecclesiale vissuta nel concreto del lavoro.
Le riflessioni mensili che, con grande semplicità, mi propongo di condividere non intendono offrire risposte facili né ricette operative, e nemmeno brevi “fervorini” spirituali riservati agli addetti ai lavori della comunicazione. Vogliono piuttosto aiutarci a ritrovare le radici del nostro servizio, a custodire l’unità tra fede, coscienza e professionalità, e a non vivere l’appartenenza all’Ucsi come un fatto marginale, ma come una risorsa preziosa in un tempo che chiede discernimento, libertà interiore e coraggio.
Perché la vigna non è altrove: è il mondo dell’informazione così com’è, quello in cui ciascuno di noi è immerso ogni giorno, con le sue fatiche e le sue possibilità. Ed è proprio lì che siamo chiamati, insieme, a prenderci cura di ciò che ci è affidato.
Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna

