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Lettera ai giornalisti e comunicatori dell’Ucsi Sardegna. Marzo 2026

Giulio Madeddu

Cagliari, 15 marzo 2026

Care amiche e cari amici,

nel cammino che stiamo compiendo insieme, rileggendo la nostra esperienza professionale alla luce della Christifideles laici e dello Statuto dell’Ucsi, emerge progressivamente un tratto fondamentale della vocazione dei laici cristiani: ciò che il Magistero chiama l’indole secolare. È un’espressione che talvolta può sembrare astratta, ma che in realtà tocca molto da vicino il nostro modo concreto di vivere la professione giornalistica e comunicativa.

La Christifideles laici ricorda infatti che la condizione propria dei fedeli laici è quella di vivere dentro le realtà ordinarie del mondo. San Giovanni Paolo II afferma con chiarezza che «l’indole secolare è propria e peculiare dei laici» (Christifideles laici, 15) e spiega che essi sono chiamati da Dio proprio lì dove la loro esistenza quotidiana si svolge: nel lavoro, nella cultura, nella vita sociale, nelle istituzioni, nelle realtà temporali che strutturano la convivenza umana. Non si tratta di spazi estranei alla vocazione cristiana, ma dei luoghi concreti nei quali essa prende forma.

È importante però chiarire subito un equivoco frequente: l’indole secolare non ha nulla a che fare con il secolarismo.

La secolarità, nel linguaggio della Chiesa, indica la vocazione dei laici a vivere la fede dentro la storia, nelle realtà temporali che strutturano la vita degli uomini. Il secolarismo, invece, è l’ideologia che pretende di relegare la fede alla sfera privata e di escludere Dio dall’orizzonte pubblico della società.

Benedetto XVI ha richiamato con chiarezza questa distinzione nel discorso rivolto ai partecipanti alla XXVI Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura dell’8 marzo 2008. In quell’occasione osservava che la secolarizzazione può avere anche un’accezione positiva, quando riconosce la giusta autonomia delle realtà temporali; diventa però problematica quando si trasforma in ideologia. Per questo affermava: «La secolarizzazione, che spesso si muta in secolarismo abbandonando l’accezione positiva di secolarità, mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori». Per questo l’indole secolare del laico non è una resa alla mentalità del mondo, ma esattamente il contrario: è la chiamata a vivere dentro il mondo portandovi la luce del Vangelo.

Ma proprio perché immerso in questo contesto, il comunicatore cristiano è chiamato a custodire una qualità decisiva: la libertà interiore.

Essere dentro il mondo non significa diventare mondani. Partecipare alle dinamiche professionali non significa lasciarsi determinare completamente da esse. Il giornalista cristiano è chiamato a esercitare una libertà che nasce dalla coscienza e dalla fede: una libertà rispetto alle pressioni economiche, editoriali e culturali che attraversano il sistema dell’informazione.

In questo senso l’indole secolare del comunicatore cristiano si esprime anche come libertà dal pensiero corrente e dominante. Non tutto ciò che appare evidente nel dibattito pubblico è necessariamente vero; non tutto ciò che ottiene consenso immediato corrisponde al bene delle persone o della società.

Papa Francesco, incontrando i membri dell’Ucsi nel 2019 in occasione del sessantesimo anniversario dell’Unione, ha richiamato con forza proprio questa responsabilità. Il giornalista — ricordava — è chiamato a custodire il coraggio della verità e a non lasciarsi determinare unicamente dalle logiche dell’audience o dalle convenienze dei poteri economici ed editoriali, perché spesso la verità dei fatti rischia di passare «nell’alambicco delle convenienze finanziarie dell’editore», trasformandosi in qualcosa che non è più vero, né buono, né bello. È una tentazione che attraversa il nostro lavoro e che rende ancora più preziosa la libertà della coscienza professionale.

Anche lo Statuto dell’Ucsi richiama con chiarezza questa prospettiva quando definisce l’Unione come una realtà insieme professionale ed ecclesiale, ispirata al servizio delle persone, del Vangelo e del Magistero della Chiesa. Come abbiamo già ricordato nelle lettere dei mesi scorsi, l’associazione nasce proprio tra gli operatori dell’informazione e della comunicazione e si propone di sostenere una testimonianza cristiana dentro il mondo della comunicazione, promuovendo una cultura dell’informazione fondata sul rispetto della persona e sulla responsabilità etica.

Proprio per questo è importante custodire con attenzione la natura propria dell’Ucsi. Quando l’associazione venisse ridotta a una semplice forma di rappresentanza corporativa o a una sorta di replica, magari con accenti confessionali, di altre aggregazioni professionali del mondo giornalistico, rischierebbe di smarrire la sua identità più profonda. La sua ragion d’essere non è quella di sostituirsi agli organismi di tutela sindacale o alle associazioni di categoria — che hanno una funzione propria e necessaria — ma di offrire uno spazio nel quale la professione giornalistica possa essere riletta alla luce della fede, della coscienza e della responsabilità ecclesiale. Quando l’Ucsi dimentica la sua anima ecclesiale, rischia di diventare una semplice associazione professionale; quando la custodisce, diventa luogo di discernimento e libertà per il giornalista cristiano.

Il cuore della riflessione di questo mese può essere allora sintetizzato così: l’indole secolare del giornalista cristiano non è una condizione da subire, ma una vocazione da abitare. Essere dentro il mondo dell’informazione senza lasciarsi determinare completamente dalle sue logiche. Abitarlo con libertà, coscienza e responsabilità, memori sempre della nostra dignità di battezzati.

Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna