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Quando è ferito non solo il presbitero, ma il presbiterio

Giulio Madeddu

Si parla molto, e giustamente, delle ferite personali dei sacerdoti: fragilità affettive, solitudini, fallimenti pastorali, incomprensioni, stanchezze, crisi vocazionali. Sono ferite che appartengono alla storia di ciascuno e che, inevitabilmente, possono avere conseguenze anche sul modo di vivere il ministero e le relazioni ecclesiali. Ma esistono anche ferite di altra natura. Ferite che non appartengono soltanto ai singoli presbiteri, ma all’intero presbiterio.

Se il presbiterio non è semplicemente la somma dei sacerdoti di una diocesi, ma una realtà ecclesiale che possiede una propria storia, una propria memoria e una rete di relazioni che si costruisce nel tempo, allora può essere considerato, in qualche modo, come un “corpo”. E come ogni corpo porta su di sé i segni della propria storia. Non soltanto quelli positivi: le figure sacerdotali che hanno lasciato un’impronta, le stagioni pastorali feconde, le scelte condivise, i passaggi che hanno generato comunione e crescita. Anche gli eventi dolorosi lasciano tracce. E talvolta sono proprio questi a incidere più profondamente: conflitti, divisioni, scandali, contrapposizioni, decisioni non comprese, ferite nei rapporti con l’autorità, crisi non elaborate.

Il tempo passa, cambiano i vescovi, cambiano i sacerdoti, mutano le situazioni pastorali. Eppure alcune ferite possono rimanere. Possono trasformarsi in diffidenze, silenzi, schieramenti, giudizi tramandati, resistenze difficili da spiegare. È ciò che potremmo chiamare la memoria ferita del presbiterio: il permanere, nella vita presente di un corpo presbiterale, dei segni lasciati da esperienze dolorose del suo passato.

Riflettendo sulla mia esperienza di appartenenza a un presbiterio diocesano, ho provato a individuare alcune categorie di ferite che possono segnare nel tempo una comunità sacerdotale.

Una prima categoria è quella degli eventi traumatici. Penso a scandali che coinvolgono uno o più sacerdoti, a morti improvvise o particolarmente dolorose, all’abbandono del ministero da parte di confratelli significativi, a interventi disciplinari, a crisi economiche o giudiziarie che investono la diocesi o alcune sue istituzioni. Sono eventi circoscritti nel tempo, ma spesso capaci di lasciare una traccia profonda, soprattutto quando provocano smarrimento, vergogna, senso di colpa o perdita di fiducia.

Una seconda categoria riguarda i conflitti prolungati. Possono nascere durante episcopati controversi, da contrapposizioni ideologiche o pastorali, da tensioni tra generazioni di sacerdoti, da appartenenze diverse o da rivalità territoriali. In questi casi la ferita non è provocata da un singolo episodio, ma da una situazione che si trascina nel tempo e finisce per creare schieramenti, sospetti reciproci e letture contrapposte della vita diocesana.

Ci sono poi le ferite istituzionali. Sono forse meno appariscenti, ma non per questo meno profonde. Possono nascere da nomine percepite come arbitrarie, da criteri poco comprensibili nell’affidamento degli incarichi, dalla mancanza di trasparenza, da decisioni non sufficientemente condivise, da silenzi prolungati, da promesse disattese o dalla sensazione che non esistano luoghi reali nei quali potersi esprimere e confrontare. Quando queste esperienze si ripetono, possono generare una diffidenza che non riguarda più una singola decisione, ma il funzionamento stesso dell’istituzione.

Esiste infine una quarta categoria, più sottile e forse proprio per questo più difficile da riconoscere, che ho pensato di definire quella delle ferite narrative. Sono le ferite che nascono dal modo in cui il presbiterio racconta a se stesso la propria storia. «Con quel vescovo è iniziato tutto», «quella generazione ha rovinato la diocesi», «quelli del seminario di quegli anni sono fatti così». Espressioni di questo tipo mostrano come, con il passare del tempo, il racconto di una ferita possa finire per diventare esso stesso parte della ferita, contribuendo a conservarla e talvolta persino a trasmetterla. 

A quel punto non è più necessario aver vissuto direttamente l’evento originario. Il giudizio, la diffidenza o la contrapposizione vengono consegnati quasi per eredità. E così una memoria ferita può attraversare le generazioni, continuando a condizionare relazioni e atteggiamenti anche quando i protagonisti di quella storia non sono più presenti.

Queste quattro categorie, naturalmente, non rimangono separate. Un evento traumatico può generare un conflitto prolungato; un conflitto può trasformarsi in ferita istituzionale; una ferita istituzionale, se non viene riconosciuta ed elaborata, può sedimentarsi in una narrazione capace di attraversare il tempo. È spesso proprio questo intreccio a rendere più difficile capire da dove nascano certe rigidità, certe diffidenze o certe resistenze presenti nel presbiterio.

Non tutte le esperienze dolorose, però, diventano necessariamente memoria ferita. Molto dipende da ciò che avviene dopo. Una ferita può essere riconosciuta, attraversata, elaborata. Oppure può essere negata, minimizzata, rimossa. Ed è forse soprattutto ciò che non viene elaborato a diventare più facilmente parte di una memoria collettiva irrisolta.

Se questa può essere una diagnosi, occorre allora interrogarsi anche su un possibile percorso di guarigione. Non penso a una terapia in senso psicologico, né a qualche iniziativa occasionale di fraternità. Piuttosto a un percorso di guarigione della memoria presbiterale, capace di aiutare un presbiterio a riconoscere la propria storia, a rileggerla e, per quanto possibile, a riconciliarla.

Il primo passo è riconoscere le ferite. Può accadere che per anni si conviva con vicende dolorose senza mai nominarle veramente. Alcuni fatti diventano quasi impronunciabili: “di questo non si parla”, “sono cose passate”, “è meglio non riaprire certe questioni”. Ma ciò che non viene nominato non per questo scompare. Continua spesso ad agire sotto traccia. Riconoscere una ferita significa invece poter dire che un determinato evento o una certa stagione hanno lasciato un segno e che quel segno merita di essere compreso.

Un secondo passo è ricostruire la memoria. Un presbiterio ha bisogno, ogni tanto, di raccontare se stesso. E probabilmente ha bisogno di ascoltare più versioni della propria storia. La memoria ferita tende infatti a diventare facilmente una memoria unilaterale, nella quale ciascun gruppo conserva la propria lettura dei fatti. In questo senso il dialogo tra generazioni può essere particolarmente prezioso. I sacerdoti più anziani custodiscono memorie che rischiano di andare perdute; quelli più giovani, invece, possono avere ricevuto giudizi e contrapposizioni senza conoscere direttamente ciò che li ha generati.

Raccontare insieme la propria storia può aiutare a distinguere i fatti dalle interpretazioni, le responsabilità reali dalle attribuzioni successive, le ferite personali dalle narrazioni che si sono sedimentate nel tempo. Non si tratta di costruire una versione ufficiale del passato, ma di permettere che la memoria diventi più vera, più articolata e quindi anche più libera.

C’è poi la necessità di elaborare il dolore. Sapere ciò che è accaduto non basta. Alcune vicende hanno prodotto rabbia, vergogna, senso di colpa, smarrimento, paura. Talvolta nessuno ha mai chiesto al presbiterio che cosa un determinato fatto abbia prodotto interiormente e nelle relazioni. Per questo non sempre le grandi assemblee sono il luogo più adatto. Possono essere più utili momenti più raccolti, gruppi di ascolto, incontri generazionali, giornate residenziali o anche l’accompagnamento di una persona esterna, capace di favorire una parola libera e non immediatamente condizionata dalle dinamiche interne.

Il passaggio forse più delicato è quello della riconciliazione della memoria. Riconciliare non significa stabilire che tutti avevano ragione, né cancellare responsabilità o ingiustizie reali. Significa poter arrivare, almeno in parte, a dire: questo è accaduto, ci ha ferito, lo riconosciamo, ma non vogliamo che continui indefinitamente a determinare le nostre relazioni.

In alcuni casi ciò può richiedere gesti concreti: una parola pubblica di riconoscimento, una richiesta di perdono, la revisione di un giudizio ingiusto, il riconoscimento di un errore istituzionale. Anche la dimensione liturgica può avere un ruolo importante, purché non diventi una scorciatoia. Una celebrazione penitenziale, una liturgia della Parola, una memoria dei confratelli defunti o un momento di intercessione possono diventare significativi quando esprimono un cammino reale e non pretendono di sostituirlo.

Infine, occorre costruire una memoria nuova. Un presbiterio non guarisce soltanto interpretando diversamente il proprio passato. Guarisce anche vivendo diversamente il presente. Nuove esperienze di fiducia, trasparenza, fraternità, corresponsabilità e ascolto possono diventare progressivamente una memoria positiva, capace di ridimensionare il peso di quella ferita.

In questo senso diventano importanti la chiarezza nei criteri delle nomine, la reale partecipazione ai processi decisionali, la cura dei sacerdoti nei momenti di crisi, l’accompagnamento nei cambiamenti pastorali, l’esistenza di luoghi stabili di confronto, la qualità delle relazioni tra le diverse generazioni e una più consapevole custodia della storia diocesana.

Un percorso di questo tipo richiede però almeno tre condizioni.

La prima è la gradualità. Non si può convocare un presbiterio e decidere semplicemente di “affrontare le ferite”. Alcune memorie richiedono tempo, prudenza e un clima di fiducia.

La seconda è la libertà della parola. Se un sacerdote teme che ciò che dice possa avere conseguenze sui propri incarichi o sul rapporto con l’autorità, oppure possa esporlo al giudizio, all’incomprensione o all’etichettamento da parte dei confratelli, difficilmente potrà esprimersi con piena sincerità. Senza un clima di fiducia, nel quale sia possibile parlare senza sentirsi immediatamente classificati o schierati, ogni percorso di rilettura delle ferite rischia di rimanere superficiale. 

La terza riguarda la presenza del vescovo. Il vescovo è parte costitutiva del presbiterio e non può essere estraneo a un cammino di questo genere. Proprio per questo, però, non è detto che debba essere presente in ogni sua fase. In alcuni passaggi i presbiteri possono aver bisogno di uno spazio nel quale parlare con libertà anche del rapporto con il vescovo e delle dinamiche che, nel tempo, si sono instaurate con lui e attorno al suo ministero.

Tutto questo non significa inseguire continuamente il passato o coltivare risentimenti. Al contrario. Significa riconoscere che anche un corpo ecclesiale ha bisogno, talvolta, di riconciliarsi con la propria storia.

Il punto può essere espresso così: un presbiterio non guarisce dimenticando la propria storia, ma imparando a ricordarla in modo nuovo.

La memoria, allora, non è più soltanto il luogo nel quale si conservano le ferite, ma può diventare anche lo spazio nel quale esse vengono comprese, consegnate e, almeno in parte, trasformate. Riconoscere una memoria ferita non significa consegnarsi al passato, ma scegliere di non esserne prigionieri. Ogni presbiterio porta con sé ombre e passaggi dolorosi, ma porta anche risorse, legami, fedeltà e possibilità di rinascita.

Il primo passo può essere semplicemente questo: trovare il coraggio di guardare insieme la propria storia senza paura, con verità e misericordia. Perché ciò che viene riconosciuto può essere anche trasformato. E allora la memoria, da peso che divide, può diventare luogo di riconciliazione; e le ferite, senza essere cancellate, possono diventare “feritoie”: aperture attraverso le quali tornare a vedere oltre il dolore, lasciar entrare una luce nuova e intravedere possibilità diverse per il futuro. Spazi, dunque, attraverso i quali ricominciare a costruire fiducia, fraternità e comunione.