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«Dov’è tuo fratello?». La docibilitas e la cura reciproca tra sacerdoti

Giulio Madeddu

La morte per gesto volontario di un confratello è sempre, per me, una notizia particolarmente dolorosa. Lo è anche perché questa ferita ha toccato da vicino la mia esperienza personale: un confratello con il quale avevo condiviso gli anni della formazione, dopo molti anni di sacerdozio e un lungo periodo di sofferenza, si è tolto la vita. Sono ferite che il tempo non cancella del tutto e che inevitabilmente riaffiorano quando una vicenda simile attraversa nuovamente la vita della Chiesa e di un presbiterio.

In questi giorni, la notizia della morte di don Lino ha suscitato dolore e molte riflessioni. Non si trattava di un giovane sacerdote agli inizi del ministero, ma di un presbitero con una lunga e solida esperienza pastorale, soprattutto come parroco, conosciuto e stimato.

Molti articoli e interventi hanno cercato, con rispetto, di interrogarsi su quanto accaduto. Tra quelli che ho letto, due riflessioni mi hanno particolarmente colpito. Una affrontava il progressivo indebolirsi, almeno in alcuni contesti, della dimensione della paternità del vescovo nei confronti dei propri sacerdoti. L’altra ruotava attorno a una domanda tanto semplice quanto radicale: «Chi si prende cura dei sacerdoti?».

Sono due questioni reali, profonde, che meritano tutta l’attenzione con cui sono state poste. E certamente non è possibile stabilire collegamenti semplicistici tra queste problematiche e vicende personali che rimangono sempre complesse, misteriose e segnate da molteplici fattori.

Vorrei però inserirmi, quasi in punta di piedi, in questa riflessione, non per confutare quanto è stato scritto, ma per aggiungere un elemento che mi sembra complementare e forse non secondario.

Appartengo a quella generazione di presbiteri che ha vissuto l’ultima parte della propria formazione sacerdotale accompagnata dalla pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale di san Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis. A più di trent’anni dalla sua pubblicazione, quel testo conserva una straordinaria autorevolezza e, personalmente, ha rappresentato un punto di riferimento imprescindibile anche nelle brevi esperienze formative alle quali sono stato chiamato negli anni del ministero.

Proprio in Pastores dabo vobis emerge con particolare chiarezza una convinzione decisiva: la formazione del sacerdote non può considerarsi conclusa con l’ordinazione, ma è chiamata a proseguire lungo tutto il ministero, coinvolgendo la persona nelle sue diverse dimensioni umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Il presbitero rimane sempre un uomo in cammino, chiamato a lasciarsi plasmare dall’azione di Dio, dalla vita, dalle relazioni, dalla comunità ecclesiale e dalle esperienze che il ministero gli pone davanti.

È dentro questa prospettiva che trova pienamente senso il concetto di docibilitas: non una semplice docilità passiva, ma la disponibilità permanente a lasciarsi formare, accompagnare, correggere e sostenere. In altre parole, la capacità di non considerarsi mai “arrivati”, neppure dopo molti anni di sacerdozio, e di riconoscere che anche il ministro ordinato continua ad avere bisogno di relazioni autentiche, di confronto e, in determinati momenti, di qualcuno che lo aiuti a leggere ciò che sta vivendo.

La formazione, infatti, non termina con l’ordinazione. Il sacerdote continua a essere un uomo in cammino, esposto alle trasformazioni della vita, alle fatiche del ministero, alle delusioni, ai cambiamenti delle comunità, all’invecchiamento, talvolta alla solitudine e allo scoraggiamento.

Ed è proprio qui che la docibilitas incontra le due grandi questioni richiamate sopra.

È certamente necessario riscoprire e custodire una vera paternità episcopale. Un sacerdote deve poter percepire il proprio vescovo non soltanto come colui che governa, assegna incarichi o prende decisioni, ma anche come un padre al quale poter raccontare senza timore le proprie fatiche.

Ma alla paternità deve poter corrispondere anche una figliolanza.

Non basta chiedere ai vescovi di essere padri se noi presbiteri non impariamo, lungo tutta la vita, a riconoscerci anche figli: uomini che non possiedono sempre tutte le risposte, che possono attraversare momenti di fragilità e che, proprio per questo, devono educarsi a chiedere aiuto.

La docibilitas è anche questo: allenarsi alla figliolanza.

Lo stesso vale per la domanda: «Chi si prende cura dei sacerdoti?».

È certamente necessario che le diocesi pensino strumenti, percorsi e persone capaci di accompagnare i presbiteri. Servono occasioni di fraternità, accompagnamento spirituale, sostegno umano e, quando necessario, anche professionale. Ma qualunque proposta di cura può incontrare un limite se il sacerdote stesso non riesce a riconoscere di averne bisogno.

Esistono momenti nei quali bisogna avere l’umiltà di dire: da solo non ce la faccio. Non è una dichiarazione di fallimento. È semplicemente il riconoscimento della nostra condizione umana.

E forse, accanto alla paternità del vescovo e alle strutture di accompagnamento, occorre tornare a parlare con maggiore convinzione anche della fraternità presbiterale.

Una fraternità che non può ridursi al gruppo degli amici, ai confratelli della stessa generazione o a quelli con i quali condividiamo sensibilità teologiche, ecclesiali o pastorali. È relativamente facile costruire relazioni con chi ci somiglia. Più difficile, ma forse evangelicamente più significativo, è riconoscere come fratello anche il sacerdote che il Signore ci ha semplicemente posto accanto.

Penso, per esempio, ai confratelli delle parrocchie confinanti. A quelli che incontriamo negli appuntamenti diocesani. A chi vive vicino a noi ma che, talvolta, conosciamo pochissimo.

La fraternità presbiterale dovrebbe portarci a domandarci ogni tanto non soltanto: «Come sto?», ma anche: «Come sta il confratello che vive accanto a me?».

Ci sono sacerdoti capaci di chiedere aiuto. Altri lo fanno con grande difficoltà. Altri ancora, proprio quando stanno attraversando un momento di maggiore sofferenza, possono chiudersi, isolarsi o mostrarsi quasi infastiditi dall’attenzione degli altri.

Forse sono proprio questi ultimi quelli verso i quali occorre avere uno sguardo ancora più attento. Non per invadere la vita di qualcuno. Non per trasformarci in controllori gli uni degli altri. Ma per imparare quella discreta prossimità che sa accorgersi, fare una telefonata, condividere un pranzo, bussare a una porta, trovare il momento per chiedere semplicemente: «Come stai davvero?». Perché il ministero sacerdotale non è un’avventura individuale. Siamo affidati gli uni agli altri.

E, in fondo, la Scrittura ci consegna una domanda dalla quale nessuno di noi può sottrarsi. Dopo la morte di Abele, Dio domanda a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9).

Forse questa domanda attraversa anche il nostro presbiterio. Dov’è tuo fratello? Dov’è il confratello che vive accanto a te? Come sta? Che cosa sta attraversando? Da quanto tempo non lo incontri veramente? Da quanto tempo non gli chiedi come sta senza limitarti alle questioni pastorali?

Noi siamo, in qualche modo, custodi anche del sacerdozio dei nostri confratelli.

E quando il Signore ci domanderà: «Dov’è tuo fratello?», vorrei che nessuno di noi dovesse mai rispondergli: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?».

Perché sì: siamo anche custodi gli uni degli altri.