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Lettera ai giornalisti e comunicatori dell’Ucsi Sardegna. Giugno 2026

Giulio Madeddu

Cagliari, 19 giugno 2026

Care amiche e cari amici,

nelle scorse settimane la Chiesa ha ricevuto un dono prezioso: la prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Come spesso accade con i grandi testi del Magistero, si tratta di un documento che parla a tutta la Chiesa. Eppure vi sono passaggi che, leggendoli, sembrano illuminare in modo speciale la nostra esperienza professionale e il servizio che siamo chiamati a svolgere nel mondo della comunicazione. 

Per noi giornalisti e comunicatori, credo che una di queste pagine sia rappresentata dai numeri 137 e 138, nei quali il Pontefice introduce un’espressione tanto originale quanto significativa: «ecologia della comunicazione»

La scelta stessa del termine merita attenzione. Quando pensiamo all’ecologia siamo spontaneamente portati a rivolgere lo sguardo all’ambiente naturale. Papa Leone ci invita invece a riconoscere che esiste anche un ambiente comunicativo che abitiamo ogni giorno e che, come ogni ecosistema, può essere custodito oppure degradato, reso più umano oppure più ostile alla persona.

Il punto di partenza indicato dal Papa è particolarmente illuminante. Scrive infatti: «Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità» (MH, 137). In poche righe viene delineata una vera visione cristiana della comunicazione. Da una parte siamo invitati a non demonizzare gli strumenti. Sarebbe troppo facile attribuire ogni problema agli algoritmi, all’intelligenza artificiale, ai social network o alle nuove tecnologie. Dall’altra parte, però, siamo chiamati a non idolatrarli, come se l’innovazione tecnica fosse di per sé garanzia di progresso umano. Al centro non stanno gli strumenti, ma la verità.

E il Papa aggiunge, a questo proposito, un elemento decisivo: la verità è un bene comune. Non appartiene a chi dispone di maggiore potere economico, politico o mediatico. Non può essere monopolizzata né manipolata. È una realtà da cercare insieme, con pazienza, onestà intellettuale e senso di responsabilità.

Per questo Leone XIV afferma che l’ecologia della comunicazione richiede «un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata» (MH, 137). Queste parole meritano di essere meditate con attenzione. Viviamo infatti in una stagione culturale nella quale la velocità rischia spesso di prevalere sulla profondità, la reazione sull’argomentazione, l’emozione sulla verifica. In un simile contesto il servizio del giornalista assume un valore ancora più importante. Non siamo chiamati semplicemente a trasmettere informazioni, ma a contribuire alla costruzione di uno spazio pubblico abitabile, nel quale le persone possano comprendere la realtà e non soltanto reagire ad essa.

L’enciclica richiama inoltre la necessità di «allenare sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti» (MH 137). Mi sembra una sottolineatura particolarmente attuale. La complessità del mondo contemporaneo non può essere affrontata attraverso semplificazioni ideologiche o narrazioni superficiali. Il compito del giornalista resta quello di aiutare a comprendere, distinguere, contestualizzare. Non di ridurre la realtà a slogan, ma di renderla intelligibile senza tradirla.

Ancora più significativa appare la riflessione che il Papa dedica alla Chiesa. Con grande franchezza Leone XIV riconosce che «anche le comunità cristiane devono impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti» (MH, 138). E aggiunge parole che meritano di essere accolte con umiltà: «Abbiamo assistito con vergogna alla faticosa scoperta di verità dolorose anche su membri della Chiesa e su realtà ecclesiali» (MH, 138).

Non si tratta di un’affermazione marginale, infatti il Papa riconosce che la ricerca della verità non è mai una minaccia per la Chiesa, ma una condizione della sua credibilità. Per questo esprime gratitudine verso quei professionisti dell’informazione che hanno contribuito a far emergere situazioni di ingiustizia e di abuso: «Alcuni giornalisti appassionati della verità hanno avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce ingiustizie e abusi» (MH, 138). È un riconoscimento importante per la nostra professione, ma anche una responsabilità ulteriore.

La ricerca della verità non può trasformarsi in aggressività ideologica, così come la fedeltà ecclesiale non può tradursi in silenzio complice. Tra queste due derive si apre lo spazio esigente di un giornalismo libero, competente e animato da autentico senso del bene comune.

Mi tornano alla mente, a questo proposito, le parole che papa Francesco rivolse all’Ucsi nel 2019, quando definì il giornalista «cronista della storia», chiamato «a ricostruire la memoria dei fatti, a lavorare per la coesione sociale, a dire la verità ad ogni costo». Forse è proprio qui che l’espressione “ecologia della comunicazione” trova il suo significato più profondo.

Custodire un ambiente comunicativo sano significa contribuire alla costruzione di relazioni fondate sulla fiducia, sulla trasparenza e sulla responsabilità. Significa resistere alla tentazione della superficialità, del sensazionalismo e della polarizzazione. Significa scegliere ogni giorno di servire la verità più che il consenso.

Con amicizia e gratitudine per il vostro servizio quotidiano.

Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna