7. La svolta missionaria della parrocchia
Una “parrocchia missionaria” per un mondo che cambia
La dimensione missionaria della pastorale e, in modo particolare, dell’esperienza parrocchiale, è alla base della nota CEI sulla parrocchia del 2004; a rivelarlo è lo stesso titolo. I vescovi italiani, infatti, cercarono di dare un adeguato rilievo al “volto missionario delle parrocchie”, allo scopo di mettere a fuoco quegli elementi necessari che consentano alla comunità parrocchiale di partecipare «alla svolta missionaria della Chiesa in Italia di fronte alle sfide di quest’epoca di forti cambiamenti» (Nota, Introduzione).
La nota pastorale insiste sulla necessità di «disegnare con più cura» il volto missionario della parrocchia, attraverso una «revisione dell’agire pastorale» che si concentri sulla «scelta fondamentale dell’evangelizzazione» (Cfr. Nota, n. 5). Tale prospettiva sembra evidenziare il rischio d’aver messo in essere una pastorale non sempre prioritariamente evangelizzatrice. In effetti, lo stesso concetto di “azione pastorale” ha rischiato in passato, e rischia tutt’ora, di far passare in secondo piano il suo vero ed insostituibile fondamento costituito dal Vangelo e dal conseguente impegno per il suo annuncio. Una “parrocchia missionaria” è veramente tale quando trova nell’evangelizzazione il suo principale scopo, sia nell’esperienza di un ascolto profondo della Parola che nel sentirsi inviata all’annuncio. Si potrebbe dire che la parrocchia è specchio di una Parola eterna, che non muta, al cospetto (e anche a “dispetto”!) di un mondo che cambia. La mutevolezza dell’umanità e delle singole realtà sociali deve trovare nella missionarietà della parrocchia quel servizio fondamentale di testimonianza della perenne attualità ed efficacia del Vangelo.
La parrocchia come “comunità di inviati”
La parte più breve della celebrazione eucaristica è costituita dai “riti di conclusione” che culminano con il “congedo”. Questo momento celebrativo non ha semplicemente lo scopo di decretare la conclusione della messa, o di invitare l’assemblea liturgica a sciogliersi; è in realtà un vero e proprio “rito di missione”. Soprattutto il congedo della messa domenicale parrocchiale dovrebbe essere celebrato e percepito come un mandato missionario. La parrocchia durante la messa domenicale prende coscienza, non solo d’essere “convocata”, ma anche d’essere “inviata”. E tanto è significativa ed efficace l’esperienza di “convocazione” (cioè la partecipazione all’eucaristia), quanto è orientata alla “missione”. Il congedo rituale oggi può essere espresso con diverse formule; alcune di queste esprimono con chiarezza che la comunità eucaristica, rinnovata e irrobustita dalla partecipazione ai sacramenti, è abilitata alla missione: «La gioia del Signore sia la nostra forza», «Glorificate il Signore con la vostra vita», «Portate a tutti la gioia del Signore Risorto», «Andate in pace». San Giovanni Paolo II ci offrì un’ottima sintesi di questo argomento nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2005: «La Comunità ecclesiale quando celebra l’Eucaristia, in modo speciale la domenica, giorno del Signore, sperimenta alla luce della fede il valore dell’incontro con Cristo risorto, e prende sempre più coscienza che il Sacrificio eucaristico è “per tutti” (Mt 26,28). Se ci si nutre del Corpo e del Sangue del Signore crocifisso e risorto, non si può tenere solo per sé questo “dono”. Occorre, al contrario, diffonderlo. L’amore appassionato per Cristo porta al coraggioso annuncio di Cristo; annuncio che, con il martirio, diventa offerta suprema di amore a Dio e ai fratelli. L’Eucaristia spinge ad una generosa azione evangelizzatrice e ad un impegno fattivo nell’edificazione di una società più equa e fraterna».
Una nuova pastorale parrocchiale con “metodo missionario”
Oltre che una rinnovata consapevolezza missionaria, la pastorale parrocchiale per definire il suo nuovo volto può fare proprio il “metodo missionario” che è riconducibile ai seguenti punti.
1) Una rinnovata passione per l’annuncio del Vangelo ad ogni creatura. La missione “ad gentes” è esplicitazione del mandato di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15). In una rinnovata realtà sociale ed ecclesiale questa passione per una “evangelizzazione diffusa”, cioè per un annuncio che non limita i propri confini e scorge in ogni uomo un possibile destinatario della Parola che salva, deve essere uno stile imprescindibile anche per una nuova pastorale parrocchiale. La comunità nel suo insieme, così come i singoli operatori pastorali, devono recuperare quella “franchezza” apostolica (nel greco scritturistico parresia) che apre al coraggio di un annuncio integrale del Vangelo e senza frontiere di natura sociale o ideologica, anche quando questo dovesse generare disagio: sarà un’occasione propizia, anche nei nostri ambienti, per vivere la beatitudine di coloro che sono perseguitati a causa del Vangelo.
2) Discernimento e valorizzazione dei carismi. Il Vangelo può essere annunciato solo attraverso il “veicolo” umano. Dio salva l’uomo attraverso la disponibilità degli uomini che vivono e testimoniano il suo amore. I doni che lo Spirito elargisce in vista dell’apostolato e della missione sono innumerevoli. E l’azione dello Spirito non può essere trascurata o addirittura inibita. Così come Dio si fida degli uomini per realizzare la salvezza di altri uomini, anche una nuova pastorale parrocchiale deve fidarsi degli strumenti umani che le sono posti a disposizione. Il discernimento non è mai facile e comunque necessario. Ma spesso si rischia di far passare per discernimento e prudenza una vera e propria sfiducia o indifferenza nei riguardi di tanti battezzati che ancora attendono d’essere coinvolti in una pastorale attiva. Dalla missione ad gentes la “pastorale occidentale” dovrebbe apprendere il senso della valorizzazione di tutti i carismi, anche quelli che lo Spirito ha deposto nella vita delle persone più semplici.
3) Continua tensione verso la conversione. La pastorale missionaria, soprattutto a partire dalle dinamiche catecumenali, particolarmente importanti nelle giovani Chiese, ci ricorda che per edificare una comunità di credenti è necessario una continuo impegno di conversione. La parrocchia che ritenesse d’aver raggiunto uno “standard stabile e definitivo” nel suo impegno pastorale, rinuncerebbe a quell’elemento indispensabile per una continua crescita che può essere costituito solo da una conversione permanente. L’azione della Chiesa non può essere incapsulata, congelata dentro parametri di natura storica e sociale. Il rispetto per l’uomo e la sua condizione storica e sociale fanno della pastorale una realtà che può esplicarsi efficacemente solo in un continuo rinnovarsi, in una costante apertura al cambiamento e alla conversione.
4) Inculturazione del messaggio evangelico. Il problema della cultura, della comunicazione e dei linguaggi è stato richiamato in altre circostanze. Ma ancora una volta c’è da chiedersi con sincerità quanto il linguaggio delle proposte pastorali parrocchiali sia veramente adeguato ai destinatari. Un impegno serio e costante per l’inculturazione del messaggio evangelico sottrae dal rischio di perseguire una pastorale autoreferenziale, capace di parlare solo a se stessa, e di non aprirsi veramente “ad ogni creatura”.
5) Cooperazione tra le comunità ecclesiali. Un altro elemento qualificante la missione ad gentes è lo scambio di esperienze e di energie ministeriali tra le diverse chiese. L’apertura ad una pastorale interparrocchiale non ha esclusivamente lo scopo di razionalizzare le non sempre fiorenti disponibilità ministeriali, sia che si tratti dei presbiteri che dei laici. La condivisione di almeno alcuni servizi nel contesto di diverse parrocchie apre le comunità ad una immagine di Chiesa più vera, svincolata da tentazioni campanilistiche e capace di confrontarsi con altri modelli di azione ecclesiale.
6) Dimensione universale della pastorale. Sempre più la teologia pastorale, soprattutto negli ultimi decenni, tende ad assumere significati e dimensioni di più ampio respiro. Alcuni studiosi hanno anche avanzato il concetto di una “pastorale planetaria”, cioè di un’azione ecclesiale capace di identificarsi dentro denominatori comuni caratterizzanti non solo alcune realtà ecclesiali nazionali ma sottesi all’intero pianeta. D’altra parte professando la fede nella Chiesa “cattolica”, è possibile, anzi necessario, pensare anche ad una “pastorale cattolica”, ad una pastorale in grado di far trasparire un’immagine di Chiesa veramente universale: aperta ad ogni uomo, capace di dialogare e di entrare, con rispetto ma pure senza complessi d’inferiorità, in ogni cultura umana.

