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Intelligenza artificiale in parrocchia

Intelligenza artificiale in parrocchia, serve un saggio realismo pastorale

Simone Bellisai

Intelligenza artificiale in parrocchiaL’intelligenza artificiale è uno degli argomenti più caldi nel dibattito pubblico e, negli ultimi anni, anche all’interno della Chiesa. Papa Francesco e papa Leone XIV si sono espressi più volte sull’argomento, il gruppo di studio n. 3 del Sinodo ha dedicato un intero rapporto alla missione nell’ambiente digitale, e la nota Antiqua et Nova ha affrontato di petto il rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Il tema, insomma, non è più ai margini della riflessione ecclesiale.

Come rilevato anche in alcuni articoli pubblicati su questo sito, quando si parla di comunicazione digitale le considerazioni sono troppo spesso sbilanciate più sui rischi che sulle opportunità, e questo specifico argomento non si sottrae alla regola.

Eppure la realtà è più avanti del dibattito. Nelle parrocchie i sacerdoti, i laici, gli operatori pastorali e i parrocchiani stessi usano già gli agenti di intelligenza artificiale (d’ora in poi IA), gli assistenti vocali e i traduttori automatici per velocizzare operazioni ripetitive o per elaborare e revisionare testi. La questione non è quindi se la Chiesa debba occuparsi di IA, ma prendere atto che ci si trova già dentro.

Questo non significa, però, che ogni uso digitale sia automaticamente pastorale. La Pastorale Digitale non può essere semplicemente comunicazione digitalmente mediata, ma un modo di rendere la pastorale che già conosciamo attenta al mondo digitale, in un contesto dove è venuto meno il confine tra fisico e digitale. Ed è nell’analisi di questo contesto che sarebbe richiesto un saggio realismo pastorale, anziché la solita oscillazione tra eccesso di allarmismo e ingenuo entusiasmo.

Uno strumento potente, non un collega

L’utilizzo consapevole di questi strumenti passa dalla comprensione di cosa essi realmente siano, perché anche qui c’è molta confusione.

La nota Antiqua et Nova, in una frase estremamente sintetica, dice che l’IA non è una forma artificiale di intelligenza, ma uno dei suoi prodotti. Se dovessimo trasporre il concetto in ambito lavorativo, l’IA è un attrezzo sofisticato e non un collega.

Per l’operatore pastorale questo significa: l’IA non ti sostituisce, ti libera tempo per fare ciò che solo tu puoi fare: ascoltare, accompagnare, essere presente.

Cosa può fare concretamente l’IA in parrocchia

Se dalla teoria passiamo alla pratica, le applicazioni utili sono molte. L’IA può aiutare a preparare sussidi e materiali catechistici, generando tracce per incontri, adattando testi a fasce d’età diverse o producendo schede riassuntive di documenti. Può sostenere la comunicazione parrocchiale, scrivendo bozze di avvisi, post per i social o traducendo contenuti per quelle comunità che hanno al loro interno gruppi di fedeli di lingua straniera. Può migliorare l’accessibilità, trasformando testi scritti in audio per anziani o persone con difficoltà visive. Può affiancare la formazione degli operatori, come strumento di studio personale per approfondire un documento o esplorare un tema biblico. Può infine semplificare la gestione e organizzazione, dalle bozze di verbali delle riunioni ai calendari e promemoria.

Sono solo alcuni esempi. Tutto questo alla luce di quanto il Sinodo ha indicato: gli strumenti di IA possono assistere nei compiti amministrativi e di ricerca, ma non possono replicare ciò che la missione ecclesiale richiede per sua natura: discernere, accompagnare, pregare.

I confini da non superare

A fronte di queste opportunità ci sono paletti da tenere ben fermi. L’IA non può sostituire il colloquio spirituale o la direzione di coscienza, non può diventare un “oracolo” a cui delegare il discernimento pastorale, né generare omelie o catechesi senza il passaggio critico e personale del pastore o del catechista. Soprattutto, l’IA non può creare una relazione. Il rischio concreto viene dalla tendenza a umanizzare gli agenti di IA, alterando le dinamiche relazionali e inducendo a ritenere reali risposte programmate ad arte per risultare empatiche, e spesso accondiscendenti.

E qui emerge una questione che dovrebbe interpellare ogni comunità: ci sono già persone, soprattutto sole o fragili, che cercano in questi strumenti un ascolto che dovrebbe offrire la comunità cristiana. Prima ancora che un problema tecnologico, è un segnale pastorale che chiede attenzione.

Formare al discernimento

Le opportunità e le criticità dell’IA richiamano la Chiesa a prendere sul serio il proprio ruolo formativo. Se nell’ambito della catechesi si è capito che non si possono solo offrire risposte ma bisogna educare a porre e a porsi delle domande, tanto più su questi argomenti è necessario inserire percorsi formativi parrocchiali per genitori, catechisti e giovani.

L’approccio pastorale non deve essere di paura, o peggio una battaglia di retroguardia, ma accompagnamento e formazione. Si tratta di formare “missionari digitali” capaci di annunciare il Vangelo in un ambiente che è una vera e propria cultura, dove anche l’IA ha il suo spazio.

Una Chiesa che non ha paura del futuro

Come la Chiesa del secolo scorso fece sentire forte la sua voce durante l’era dell’industrializzazione, così quella di oggi è chiamata a trovare una mediazione di fronte alla rivoluzione degli algoritmi. Ogni comunità può già fare la propria parte: sperimentare con intelligenza, custodire la centralità della relazione, non delegare agli algoritmi ciò che è umano.
Una volta compreso che il mondo digitale è un ambito da evangelizzare, il passo successivo sarà prendere coscienza che è anche un luogo dal quale la comunità può apprendere qualcosa sulla propria vocazione.