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Rileggiamo la Nota Cei sul volto missionario della parrocchia | 3

Giulio Madeddu

3. La parrocchia: grembo materno della Chiesa

La parrocchia: “madre” per vocazione

Proprio perché ― come si è messo in risalto nel precedente articolo ― la parrocchia è evangelizzatrice per vocazione, è conseguentemente chiamata a svolgere un ruolo di “maternità nella fede”. Nella nota pastorale della CEI leggiamo: «Perché dall’accoglienza dell’annuncio possa scaturire una vita nuova, la Chiesa offre itinerari d’iniziazione a quanti vogliono ricevere dal Padre il dono della sua grazia. Con l’iniziazione cristiana la Chiesa madre genera i suoi figli e rigenera se stessa. Nell’iniziazione esprime il suo volto missionario verso chi chiede la fede e verso le nuove generazioni. La parrocchia è il luogo ordinario in cui questo cammino si realizza» (n. 7).

La Conferenza Episcopale Italiana aveva già pubblicato tre note pastorali sull’iniziazione cristiana. Si tratta di tre preziosi documenti che introducono ad una sicura prassi per l’iniziazione cristiana degli adulti (1997), per quella dei bambini in età scolare (1999) e per il completamento dell’iniziazione e la ripresa della vita cristiana di giovani e adulti già battezzati (2003). Tre anni dopo la pubblicazione delle nota sul volto missionario delle parrocchie viene consegnato il documento “L’iniziazione cristiana. Orientamenti per l’annuncio e la catechesi in Italia” (2007). In questi testi la funzione fondamentale della parrocchia è stata ribadita con frequenza e meritano di essere presi in attenta considerazione ancora oggi da parte degli operatori pastorali.

Lo stretto rapporto tra evangelizzazione e generazione nella fede pone in evidenza non solo un preciso ruolo di cui la comunità parrocchiale deve farsi carico ― cioè proclamare il Vangelo ―, ma anche un obbiettivo specifico da raggiungere attraverso l’annuncio, che consiste appunto nel “far nascere” e maturare nuovi cristiani. Essendo definita “luogo ordinario” dell’iniziazione, la parrocchia è chiamata a non assumere un atteggiamento di delega in questo compito così particolare. Gli itinerari d’iniziazione vissuti in ambienti comunitari extraparrocchiali sono quindi da ritenersi “straordinari”.

Iniziare alla vita cristiana attraverso i sacramenti

La comunità ecclesiale ha sempre espresso il suo concreto impegno ― specialmente verso i fanciulli ― di “iniziazione ai sacramenti”. Giustamente i vescovi ricordavano che le parrocchie devono fare un vero e proprio salto di qualità impegnandosi a proporre una “iniziazione alla fede attraverso i sacramenti”. È un invito a salvaguardare l’unitarietà dell’iniziazione cristiana e della stessa esperienza sacramentale: «Non tre sacramenti senza collegamento, ma un’unica azione di grazia: parte dal Battesimo e si compie attraverso la Confermazione nell’Eucaristia. È l’Eucaristia il sacramento che, continuamente offerto, non chiude un’esperienza, ma la rinnova ogni settimana, nel giorno del Signore» (n. 7).

In effetti, l’iniziazione all’esperienza sacramentale, oggi come vent’anni fa, manifesta diversi punti deboli, specialmente nella routine della proposta catechistica riservata ai fanciulli. Non bastano assolutamente le scadenze celebrative sacramentali per segnare l’effettiva maturazione nella vita cristiana. La liturgia e i sacramenti sono, infatti, culmine e fonte di tutto un cammino di approfondimento. L’iniziazione sacramentale deve andare di pari passo con un’efficace iniziazione alla vita morale, alla testimonianza della carità, alla corresponsabilità nell’annuncio, alla formazione di una retta coscienza ecclesiale. Tale maturazione unitaria non può essere raggiunta solo con l’iniziazione ai sacramenti, ma trova una straordinaria efficacia nella via della iniziazione-maturazione “attraverso” i sacramenti, ricchi senz’altro della portata di grazia loro propria, ma anche della specifica portata pedagogica che li distingue e caratterizza.

Cosa è cambiato negli ultimi vent’anni?

Se questa analisi appariva già realistica nel 2004, oggi si presenta ulteriormente acuita da mutamenti ecclesiali e sociali di non poco rilievo. Il periodo della pandemia ha inciso profondamente sulla continuità dei percorsi catechistici, interrompendo processi formativi e indebolendo ulteriormente il legame tra famiglie e comunità parrocchiale. A ciò si aggiunge il progressivo calo demografico, che riduce numericamente le nuove generazioni, ma soprattutto il mutato atteggiamento culturale di molti genitori nei confronti della trasmissione della fede. Sempre più frequentemente si registra una minore scelta di avviare i figli al cammino di completamento dell’iniziazione cristiana, accanto al fenomeno, ormai non marginale, di quanti rimandano o rinunciano del tutto al Battesimo nei primi anni di vita.

Questo mutato scenario non indebolisce, ma semmai rende ancora più urgente l’intuizione della Nota: passare da una prassi centrata prevalentemente sulle scadenze sacramentali a un’autentica generazione alla fede, capace di accompagnare processi, sostenere le famiglie e riaprire vie di primo annuncio proprio là dove l’iniziazione cristiana non può più essere data per scontata.

In parrocchia per conoscere, celebrare e vivere la fede

Al di là delle significative mutazioni storiche e sociali, il cammino d’iniziazione ― come preparazione “ai” e “attraverso” i sacramenti ― continua a vedere nella parrocchia un ambiente ideale, soprattutto perché esso viene a determinarsi nel contesto di una comunità concreta. Il sostegno di una comunità matura, infatti, contribuisce ad evitare due pericoli: «il lassismo che svilisce il dono di Dio e il rigorismo che potrebbe lasciar intendere che il dono sia nostro, magari dimenticandosene subito dopo, facendo poco o nulla per l’accompagnamento mistagogico» (n. 7). 

Nella parrocchia, dunque, l’esperienza di fede si declina attraverso il trinomio “conoscere-celebrare-vivere”: «La fede deve essere nutrita di parola di Dio e resa capace di mostrarne la credibilità per l’uomo d’oggi (= conoscere). La partecipazione alla Messa domenicale va anche proposta come momento essenziale della preparazione ai sacramenti (= celebrare). L’accoglienza dei fratelli, soprattutto se deboli – si pensi ai disabili, che hanno diritto a un pieno accesso alla vita di fede –, e il servizio dei poveri sono passaggi necessari di un cammino di maturazione verso il sacramento e a partire da esso (= vivere)» (n. 7).

Condivisione della responsabilità tra parrocchia e famiglia

La comunità parrocchiale può essere efficacemente “madre” di nuovi figli nella fede se trova come alleati principali la famiglia e, in particolar modo, i genitori. Infatti l’iniziazione cristiana dei fanciulli interpella la «responsabilità originaria della famiglia nella trasmissione della fede». Il coinvolgimento della famiglia comincia prima dell’età scolare, e la parrocchia deve offrire ai genitori gli elementi essenziali che li aiutino a «fornire ai figli l’“alfabeto” cristiano». È questo il motivo per cui i vescovi italiani ritengono necessario «chiedere ai genitori di partecipare a un appropriato cammino di formazione, parallelo a quello dei figli». Essi, inoltre, devono essere aiutati nel compito educativo attraverso il coinvolgimento di tutta la comunità, specialmente dei catechisti, e con il contributo di altri soggetti ecclesiali, come associazioni e movimenti. Bisogna constatare che le parrocchie oggi dedicano per lo più attenzione ai fanciulli e stentano a prendere consapevolezza che devono passare a una cura più diretta delle famiglie, per sostenerne la missione.

Pastorale parrocchiale e cammini catecumenali

Oggi nel processo che conduce a “diventare cristiani” sono sempre più coinvolti anche ragazzi, giovani e adulti non ancora battezzati, bisognosi di completare la loro iniziazione o desiderosi di riprendere dalle radici la vita di fede. Essi vanno fatti oggetto di una rinnovata attenzione, per scoprire le difficoltà che molti incontrano nel rapporto con la Chiesa, per cogliere le tante domande di senso che solo nel Vangelo di Gesù trovano piena risposta, per suscitare attenzione alla fede cristiana tra gli immigrati non cattolici. Da questo punto di vista la pastorale parrocchiale è chiamata a determinarsi secondo una prospettiva genuinamente catecumenale. Alla base di questa necessità vi è la consapevolezza che la “generazione alla fede” è un processo continuo che pone il credente in una situazione di continua ricerca e nella disponibilità a vivere sempre uno stile da “catecumeno”.

È possibile, secondo la nota CEI, individuare delle linee d’azione: «Si tratta di valorizzare i momenti – tutti, non solo quelli che appartengono strettamente alla vita comunitaria – in cui le parrocchie entrano in contatto con questo mondo lontano, distratto, incapace di dare un nome alla propria ricerca. Decisivo resta l’incontro personale: ai sacerdoti, soprattutto, va chiesta disponibilità al dialogo, specie con i giovani». 

Generare nella fede per aprire alla missione

Il frutto più ricco di una generazione e maturazione nella fede è lo sbocco missionario. La parrocchia è icona della missionarietà di Gesù: «la sua sollecitudine verso tutti, per cui accoglie le folle e dona loro parola e vita, senza però lasciarsi rinchiudere da esse; la cura per il gruppo dei discepoli, invitati a “seguirlo” ma anche ad “andare”. Gesù pensa alla comunità in funzione della missione, non viceversa». 

La comunità parrocchiale, quindi, manifesta e realizza pienamente se stessa se genera i propri figli non per “incapsularli” in sé, ma per “donarli”. È proprio vero che l’efficacia del cammino di fede di una comunità non si evince dal numero dei battesimi, delle cresime e delle prime comunioni che in essa si amministrano, ma dalle vocazioni al ministero e alla missione che sbocciano nella vita di coloro che nel suo seno sono stati generati e sapientemente educati  alla fede.

La Chiesa madre e generatrice alla luce dell’Evangelii gaudium

La prospettiva “materna” e generativa con cui la Nota pastorale del 2004 descrive la parrocchia e, più ampiamente, la comunità ecclesiale, ha trovato una significativa conferma e un ulteriore sviluppo nel magistero di Papa Francesco.

Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, il Pontefice riprende infatti con forza l’immagine della Chiesa madre, collocandola non solo sul piano sacramentale dell’iniziazione cristiana, ma dentro l’intero dinamismo dell’evangelizzazione. «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio», scrive Francesco, sottolineando come l’annuncio della fede maturi in un contesto relazionale fatto di fiducia, prossimità e amore ricevuto (EG 139). È in questo spazio materno che la Parola può essere accolta, perché percepita non come imposizione, ma come dono per la vita.

L’immagine materna, inoltre, illumina lo stile stesso dell’azione pastorale. Come una madre sa ascoltare, interpretare, correggere e incoraggiare, così la comunità ecclesiale è chiamata a riconoscere ciò che lo Spirito ha già seminato nel cuore delle persone, apprendendo dalle loro attese e dalle loro domande. Ne deriva un modello ecclesiale dialogico e generativo, nel quale l’evangelizzazione non si riduce a trasmissione di contenuti, ma diventa accompagnamento paziente dei processi di crescita nella fede.

In questa stessa direzione si colloca anche il richiamo alla dimensione mistagogica della catechesi. Francesco osserva che l’iniziazione cristiana richiede «la necessaria progressività dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici» (EG 166). È un passaggio che conferma quanto già indicato dai vescovi italiani circa il ruolo della parrocchia quale grembo ordinario della generazione alla fede: non luogo di una preparazione funzionale ai sacramenti, ma spazio comunitario in cui la grazia ricevuta viene accompagnata, interpretata e fatta maturare.

La maternità ecclesiale si esprime, dunque, tanto nella capacità di generare nuovi figli attraverso i sacramenti dell’iniziazione, quanto nell’arte di educarli alla vita cristiana mediante processi progressivi, simbolici e comunitari. In questa luce, la parrocchia appare realmente come grembo fecondo: luogo in cui la fede nasce, cresce e viene continuamente rigenerata.

Così, nel dialogo tra la Nota CEI e l’Evangelii gaudium, la categoria della “maternità” ecclesiale si rivela non solo immagine evocativa, ma criterio pastorale concreto: misura della qualità dell’annuncio, dello stile delle relazioni e della capacità della comunità di generare alla fede aprendo, al tempo stesso, alla missione.


🔗 Il volto missionario delle Parrocchie in un mondo che cambia. Nota Pastorale