2. La parrocchia: soggetto dell’evangelizzazione
La parrocchia: evangelizzatrice per vocazione
La vocazione evangelizzatrice della parrocchia costituisce il cuore stesso della sua identità ecclesiale. Non si tratta di un compito tra gli altri, né di una semplice priorità pastorale, ma della forma concreta attraverso cui la Chiesa rende presente l’annuncio del Vangelo nella vita quotidiana delle persone.
In questa prospettiva si collocano parole particolarmente intense con cui i vescovi italiani, nel 2004, hanno espresso l’appello alla nuova evangelizzazione, individuando proprio nella parrocchia il suo soggetto primario: «Nella vita delle nostre comunità deve esserci un solo desiderio: che tutti conoscano Cristo, che lo scoprano per la prima volta o lo riscoprano se ne hanno perduto memoria; per fare esperienza del suo amore nella fraternità dei suoi discepoli» (n. 1).
Del resto, già Paolo VI aveva definito l’evangelizzazione come «grazia e vocazione propria della Chiesa» (Evangelii Nuntiandi 14). La parrocchia, in quanto spazio concreto in cui l’azione pastorale della Chiesa si determina nel territorio, non può non prendere in seria considerazione questa sua naturale vocazione all’evangelizzazione. Giustamente la Nota pastorale della CEI sottolinea che «è la parrocchia a rendere visibile la Chiesa come segno efficace dell’annuncio del Vangelo per la vita dell’uomo nella sua quotidianità e dei frutti di comunione che ne scaturiscono per tutta la società» (n. 3).
La parrocchia è chiamata non ad annunciare astrattamente il vangelo di Gesù, ma a diventare segno tangibile di quella medesima parola del Signore da essa ascoltata, accolta e vissuta. La vocazione evangelizzatrice della parrocchia non può consistere semplicemente nel “dire” Cristo, ma principalmente nel testimoniare che il Vangelo può trasformarsi in vita. La parrocchia, insomma, diventa veramente evangelizzatrice quando riesce a trasmettere un vangelo non solo “dicibile” ma anche e soprattutto “vivibile”, diventando quindi manifestazione e paradigma di questa incarnazione del vangelo.
“Soggettività ecclesiale” ed evangelizzazione
Con il termine “soggetto” si è soliti definire una persona o un gruppo sociale in grado di pensare e determinare un’azione. Come opportunamente affermava il compianto teologo pastoralista Sergio Lanza, «la soggettività ecclesiale non si esprime anzitutto e propriamente come assunzione di ruoli e compiti pastorali specifici, ma come responsabilità attiva e condivisa per la edificazione e la missione della Chiesa, secondo la propria vocazione e il proprio stato di vita». La parrocchia, quindi, tanto potrà essere vero soggetto di evangelizzazione, quanto si porrà come impegno, antecedente e concomitante l’evangelizzazione stessa, quello di vivere dinamiche ecclesiali e pastorali all’insegna della corresponsabilità. La Nota CEI entra nel merito di tale esigenza e afferma: «In questo cammino di collaborazione e corresponsabilità, la comunione tra sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, e la loro disponibilità a lavorare insieme costituiscono la premessa necessaria di un modo nuovo di fare pastorale» (n. 11).
Distribuire incarichi attraverso i quali possa concretizzarsi un certo impegno della parrocchia nei diversi ambiti dell’evangelizzazione è relativamente semplice. Di ben altro valore e frutto di un più elevato impegno di discernimento e formazione è educare gli operatori pastorali e i tutti i fedeli alla corresponsabilità come presupposto per esprimere un’effettiva “soggettività ecclesiale”.
Un’evangelizzazione organica che non dia più nulla per scontato
L’episcopato italiano mette in luce la necessità di non dare più nulla per scontato quando si evangelizza. Non si può più dare per scontato neppure che tutti sappiano chi sia veramente Gesù Cristo, che conoscano il suo lieto annuncio, che abbiano una qualche esperienza o effettiva consapevolezza della Chiesa (cf n. 6). Non è esclusivamente un problema di formazione delle nuove generazioni, l’urgenza di un annuncio “di base” si impone per tutti. Si tratta di uno stile di evangelizzazione che «vale per fanciulli, ragazzi, giovani e adulti; vale per la nostra gente e, ovviamente, per tanti immigrati, provenienti da altre culture e religioni». C’è quindi bisogno di un rinnovato primo annuncio della fede. «Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali», dicono i vescovi, consapevoli che il linguaggio del vangelo non è più universalmente conosciuto e accolto nei nostri ambienti sociali. Questo è un compito precipuo della Chiesa in quanto tale, e investe la responsabilità di ogni cristiano, in quanto discepolo e testimone di Cristo. In ciò è coinvolta necessariamente la parrocchia quale promotrice primaria del discepolato e della testimonianza.
In una prospettiva ancor più operativa la Nota pastorale afferma che: «Non devono mancare, poi, iniziative organiche di proposta del messaggio cristiano, dei suoi contenuti, della sua validità e della sua plausibilità. Vanno affrontate le domande di fondo che il cuore e l’intelligenza si pongono sul senso religioso, su Cristo rivelatore del Dio vivo e vero, sull’origine e sul compito essenziale della Chiesa. Tutte le parrocchie possono farlo, almeno in qualche misura. Ma occorrerà anche intessere collaborazioni con istituti di vita consacrata che nella predicazione evangelica hanno uno specifico carisma, come pure con associazioni laicali e movimenti ecclesiali» (n. 6).
Un’evangelizzazione che esprima il ruolo “educativo” della parrocchia
Oggi più che mai, anche alla luce di quanto appena messo in evidenza, la parrocchia deve reinterpretare il proprio impegno di evangelizzazione in una prospettiva eminentemente pedagogica. È un dovere primario della parrocchia ricordare ad ogni cristiano l’importanza della sua progressiva maturazione nella fede «in particolare educando all’ascolto della parola di Dio, con l’assidua lettura della Bibbia nella fede della Chiesa» (n. 6).
L’impegno per una vera ed efficace “pedagogia dell’evangelizzazione” parte da una “pastorale progettuale” capace cioè di non lasciare niente al caso, di individuare gli ambiti di evangelizzazione più urgenti (secondo i criteri della gestione del territorio parrocchiale, a partire dalle diverse fasce di età, tenendo presenti i necessari impegni di evangelizzazione legati alla vita sacramentale, e così via), di stabilire degli obiettivi ben definiti da raggiungere, di dotarsi di competenze adeguate per il conseguimento di tali mete, di sottoporre ogni attività di evangelizzazione al vaglio di una verifica costante capace di una matura autocritica.
Per un’evangelizzazione pedagogicamente e progettualmente definita è fondamentale il ruolo degli organismi di partecipazione, specialmente dei consigli pastorali parrocchiali. La loro identità di luogo deputato al discernimento comunitario manifesta la natura della Chiesa come comunione. Essi possono diventare progressivamente lo spazio in cui far maturare la capacità di progettazione e verifica pastorale (cf n.12)
Un’evangelizzazione capace di dialogare con la cultura odierna
In un mondo che cambia, Cristo rimane lo stesso, ieri, oggi e sempre. Ma proprio l’immutabilità della sua persona e del suo Vangelo chiede alla Chiesa di confrontarsi con le profonde trasformazioni della società e dei suoi linguaggi. È in questo orizzonte che la Nota pastorale colloca la responsabilità evangelizzatrice della parrocchia, chiamata oggi a prendere coscienza che, pur continuando a manifestare l’immagine di una Chiesa che esercita il suo ruolo materno nel generare sacramentalmente nuovi figli nella fede, deve anche farsi espressione di una comunità capace di abitare la frattura tra fede e cultura. Per questo i vescovi affermano la necessità di una pastorale che, «prendendo atto della scissione tra fede e cultura nella società, propone itinerari di iniziazione cristiana per gli stessi adulti» (n. 7).
In tale prospettiva, l’evangelizzazione assume anche un preciso compito culturale. Essa consiste nel «continuare a intessere il dialogo tra fede e cultura e a incidere sulla cultura complessiva della nostra società, valorizzando l’eredità cristiana in essa ancora presente − dall’arte, appunto, fino alle forme della vita civile −, sia pure disarticolata e sfigurata, ma pronta a riemergere in alcune circostanze come speranza o come nostalgia. Sbaglierebbe chi desse per scontato un destino di marginalità per il cattolicesimo italiano. Questa presenza e quest’azione culturale rappresentano un terreno importante perché il primo annuncio non cada in un’atmosfera estranea o anche ostile. Sulla correlazione tra annuncio e cultura va sviluppata una “pastorale dell’intelligenza”, per la quale la parrocchia dovrà avvalersi dell’apporto di istituzioni, centri, associazioni culturali».
Riletta oggi, questa analisi trova un’eco particolarmente significativa nel magistero di Papa Francesco, che nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium descrive con realismo il contesto culturale in cui l’evangelizzazione è chiamata a misurarsi: «Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città» (EG 73).
All’analisi della situazione, il Pontefice fa seguire immediatamente anche l’indicazione del metodo pastorale da assumere: «Si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti i valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città» (EG 74).
Così, nel dialogo tra la Nota della CEI e l’Evangelii gaudium, emerge con chiarezza un tratto decisivo della parrocchia soggetto dell’evangelizzazione: essere comunità capace non solo di custodire la fede, ma di interpretare i linguaggi del proprio tempo, di abitare i processi culturali, di lasciarsi interpellare dalle domande che attraversano la vita delle persone. È su questo crinale — tra fedeltà al Vangelo e ascolto della storia — che si gioca oggi la sua reale fecondità missionaria.
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