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I malati risorsa della comunità

Anziani e parrocchia: restare comunità anche quando si resta a casa

Simone Bellisai

I malati risorsa della comunità

Negli ultimi anni tutte le rilevazioni demografiche ci raccontano la stessa storia. In Italia nascono sempre meno bambini e l’età media continua a salire. Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 ha raggiunto i 47 anni, e una persona su quattro ha superato i 65. È una crisi che va avanti da tempo e che chiede di prendere atto della realtà, prestando più attenzione alle esigenze degli anziani e di chi, con l’età, deve fare i conti anche con la malattia.

Le parrocchie lo vedono ogni giorno. La comunità dei fedeli è sempre più avanti negli anni, e lo stesso vale per chi collabora alle attività, che attende un ricambio generazionale che non arriva. Vale la pena chiedersi come le nostre comunità riescano a comunicare con questa platea di anziani e ammalati, che ormai è una grande fetta del popolo dei fedeli. Se comunicare non vuol dire solo consegnare un’informazione ma intrecciare relazioni, la domanda diventa importante e non si può più eludere.

Un esempio di quanto la comunicazione possa creare legami arriva, forse inaspettatamente, dai social. Qualche settimana fa è morto un utente di X, il social che molti ricordano ancora come Twitter, che raccontava da tempo la sua malattia, un messaggio dopo l’altro. Non era famoso, ma lì era diventato un punto di riferimento, e alla notizia della sua morte in tanti hanno scritto di aver perso un amico pur senza averlo mai incontrato. La comunità che si era creata intorno alla sua vicenda è stata tale che la notizia è arrivata anche ai media tradizionali.  Quell’uomo non si limitava a ricevere affetto. Raccontava, incoraggiava, rispondeva a chi viveva la stessa malattia, e chi lo seguiva riceveva almeno quanto dava.

In parrocchia le cose vanno diversamente, ma non per distrazione. Ci si accorge quando qualcuno non si vede a messa da un po’, si chiede in giro, magari si va a trovarlo. Però le notizie su chi sta male viaggiano con il passaparola tra chi si conosce, e chi è meno inserito spesso non le riceve affatto. Online la malattia ha una voce, nelle nostre parrocchie rischia di restare in silenzio. In parte è giusto così, per discrezione e per rispetto di chi soffre, che non va mai messo in vetrina. Ma questo silenzio ha un prezzo, perché nasconde una rete di persone che dalle proprie case, a volte da un letto, continuano a far parte della comunità.

Ai malati siamo abituati a pensare come a persone da raggiungere. Chi lo desidera riceve la comunione a casa grazie ai sacerdoti e ai ministri straordinari, ed è un gesto prezioso, perché il loro posto nella comunità non dipende da ciò che possono fare. Ma il movimento va anche nell’altra direzione. Tanti di loro seguono la vita della parrocchia da un osservatorio particolare, quello della malattia, e la accompagnano con una preghiera che non si ferma mai. Molti offrono anche la propria sofferenza, con quella partecipazione all’opera della redenzione di cui parla Giovanni Paolo II nella Salvifici doloris. Al numero 27 della lettera apostolica si legge: «La fede nella partecipazione alle sofferenze di Cristo porta in sé la certezza interiore che l’uomo sofferente “completa quello che manca ai patimenti di Cristo”; che nella dimensione spirituale dell’opera della redenzione serve, come Cristo, alla salvezza dei suoi fratelli e sorelle. Non solo quindi è utile agli altri, ma per di più adempie un servizio insostituibile».
È un servizio che di solito resta nascosto, ma che c’è. I malati non sono ai margini della parrocchia, sono una forza silenziosa che la sostiene.

Chi frequenta la parrocchia ne è consapevole? E sa ricambiare? Come accadeva a quell’uomo sui social, la vicinanza può viaggiare in entrambe le direzioni, e anche in parrocchia si può imparare a farla circolare. Si può chiedere a una persona costretta a casa di accompagnare con la preghiera i ragazzi della Cresima o una famiglia che ha appena perso qualcuno, facendola sentire parte di un cammino. I ministri straordinari, insieme alla comunione, possono portare le notizie della parrocchia e il tempo di una visita senza fretta. Il foglio settimanale o i canali social possono ospitare, se gli interessati sono d’accordo, un pensiero di chi prega da casa. La Giornata mondiale del malato, l’11 febbraio, è l’occasione più naturale, ma non deve restare l’unica.

Resta poi una presenza che quasi nessuno vede. Accanto a chi è malato ci sono una moglie, un marito, un figlio, una madre che ne portano la fatica ogni giorno, anche di notte, e che sempre più spesso sono a loro volta anziani. Chi assiste un malato in casa ha bisogno di sostegno quanto lui, e soprattutto di sapere che non sta affrontando da solo questo calvario. Sono proprio loro i primi a sparire dalla vita della parrocchia, semplicemente perché non possono uscire. Si possono pensare momenti di incontro dedicati, con qualcuno della comunità che per qualche ora dia il cambio accanto al malato. E quando uscire proprio non si può, il digitale aiuta, con un gruppo di ascolto in videochiamata, una preghiera condivisa a distanza, un messaggio che arrivi con regolarità e non solo quando c’è un’emergenza.

Una parrocchia che invecchia non è per forza una parrocchia più fragile, se impara a comunicare. Con la discrezione che le contraddistingue, le nostre comunità possono far sapere a chi soffre che la sua preghiera arriva, a chi lo assiste che non è solo, e a chi è in chiesa che qualcuno lo sta sostenendo.