
Ci sono anniversari che appartengono non solo alla vicenda personale di chi li celebra, ma anche alla storia di una Chiesa e delle persone che, nel corso degli anni, hanno avuto la grazia di condividere un tratto del proprio cammino con il festeggiato. Il cinquantesimo anniversario di ordinazione presbiterale di don Franco Puddu, celebrato lo scorso 3 luglio, è certamente uno di questi.
Scrivo queste righe con affetto sincero e con profonda ammirazione. Il rapporto che mi lega a don Franco affonda le sue radici negli anni della mia infanzia e della mia adolescenza. La comune appartenenza alla parrocchia di Sant’Elena, a Quartu Sant’Elena, è sempre stata per entrambi qualcosa di molto più significativo di una semplice provenienza geografica. È stato il luogo nel quale abbiamo imparato ad amare la Chiesa, a sentirci parte di una comunità viva, a comprendere che la fede si traduce anzitutto in servizio.
Ricordo ancora il giorno della sua ordinazione sacerdotale. Ero da pochi mesi chierichetto – oggi diremmo ministrante – e partecipai a quella celebrazione con lo stupore di un ragazzo che vedeva la propria comunità donare alla Chiesa un nuovo presbitero. Sarebbe stata la prima di moltissime ordinazioni sacerdotali alle quali avrei preso parte nel corso della vita, ma quella conserva ancora oggi un significato particolare, perché segnò l’inizio di un rapporto che il tempo avrebbe progressivamente trasformato in amicizia sacerdotale e in autentica fraternità.
La nostra “quartesità” non è mai stata vissuta come una forma di appartenenza quasi tribale, né come una sorta di circolo esclusivo fondato sulle comuni origini. Al contrario, è sempre stata il richiamo a una comunità ecclesiale che ci ha educati fin da piccoli a sentirci figli della Chiesa prima ancora che cittadini di un territorio. Una comunità che ci ha insegnato uno stile di servizio semplice, concreto, discreto, che continua ancora oggi a caratterizzare il nostro modo di vivere il ministero.
Negli anni della formazione teologica don Franco è stato per me molto più di un sacerdote esperto. Mi ha offerto occasioni preziose di crescita che andavano ben oltre quanto potevano trasmettere il percorso accademico della Facoltà Teologica o la stessa formazione seminaristica. Ricordo con gratitudine la sua costante attenzione verso noi seminaristi: non un’attenzione paternalistica, ma la capacità di aprire spazi, creare opportunità, coinvolgerci nella vita pastorale reale della diocesi.
Penso ai seminari estivi di formazione dei catechisti presso il Rifugio “La Madonnina” di Santu Lussurgiu, alle numerose iniziative promosse dall’Azione Cattolica diocesana e a tanti altri momenti nei quali era possibile respirare una Chiesa che rifletteva, progettava, si interrogava e cercava insieme le vie dell’evangelizzazione. È in quei contesti che ho maturato la convinzione che la pastorale non è mai opera di un singolo sacerdote, ma nasce dalla corresponsabilità dell’intero popolo di Dio. Molto prima che questa espressione diventasse patrimonio comune del linguaggio ecclesiale, don Franco la viveva quotidianamente.
Un altro tratto che ho sempre ammirato nel suo ministero è il posto centrale riservato alla Sacra Scrittura. La Parola di Dio non è mai stata per lui un semplice riferimento spirituale o un repertorio di citazioni, ma il criterio fondamentale di discernimento, il punto di partenza di ogni riflessione pastorale, la sorgente dalla quale lasciarsi continuamente plasmare. Molti di noi hanno imparato da lui che la programmazione pastorale non nasce dalle mode del momento né dall’urgenza di riempire calendari, ma dall’ascolto della Parola e dalla capacità di leggerla dentro la storia concreta delle persone e delle comunità.
Accanto all’amicizia sacerdotale, desidero ricordare il suo lungo servizio alla Chiesa diocesana. Don Franco ha attraversato stagioni molto diverse della vita ecclesiale, collaborando con tutti i vescovi che hanno guidato la nostra diocesi e offrendo un contributo particolarmente significativo durante gli episcopati di mons. Ottorino Pietro Alberti e del cardinale Arrigo Miglio.
Ho sempre ammirato in lui la capacità di leggere la realtà con profondità, senza fermarsi alla superficie degli eventi; di accompagnare le decisioni con processi di ascolto e di condivisione; di programmare con rigore senza lasciare spazio all’improvvisazione, ma senza per questo irrigidire l’azione pastorale dentro schemi astratti. Dietro ogni scelta ho sempre percepito un pensiero, una visione ecclesiale, una metodologia capace di coinvolgere e valorizzare le persone.
Per quanto mi riguarda, tutto questo è stato una vera scuola. Molto del metodo con cui, negli anni, ho cercato di affrontare gli incarichi pastorali affidatimi nelle parrocchie, negli uffici diocesani e regionali, nasce anche dall’osservazione del suo modo di lavorare. Non credo di esagerare nel dire che, in diversi momenti del mio ministero, la fiducia che mi è stata accordata sia passata anche attraverso la sua stima e la sua capacità di riconoscere e promuovere le persone, senza mai ricercare protagonismi personali.
Esiste infine un aspetto che considero forse il più prezioso. In tutti questi anni non ricordo di aver mai sentito da don Franco una parola di pettegolezzo, una critica distruttiva verso un confratello, un giudizio pronunciato con leggerezza o il gusto della recriminazione. Non significa che gli mancassero senso critico o lucidità nell’analisi delle situazioni. Al contrario. Ma ha sempre scelto la via del rispetto, della discrezione e della carità sacerdotale.
È una testimonianza che oggi appare particolarmente significativa. Anche noi presbiteri rischiamo talvolta di consumare energie nel commentare le fragilità altrui, invece di custodire la fraternità. Don Franco mi ha insegnato, soprattutto con l’esempio più che con le parole, che si può servire la Chiesa anche attraverso il silenzio, il rispetto e la benevolenza, senza rinunciare alla verità.
Queste riflessioni non vogliono essere una forma di piaggeria né, tantomeno, una prematura “canonizzazione” di un confratello. Sono semplicemente l’espressione della gratitudine di chi riconosce che la storia concreta di una Chiesa locale si costruisce anche attraverso sacerdoti che, lontano dai riflettori, spendono la propria vita con ostinata fedeltà al Vangelo, mettendo intelligenza, competenza, passione e umiltà al servizio del popolo di Dio.
Se oggi molti sacerdoti della nostra diocesi, tra i quali anch’io, hanno imparato ad amare una pastorale capace di riflettere, progettare, ascoltare e camminare insieme, lo dobbiamo anche alla testimonianza di uomini come don Franco Puddu. E forse il modo più bello per rendere grazie a Dio per questi cinquant’anni di ministero non è soltanto ricordare ciò che egli ha fatto, ma continuare a custodire e trasmettere quello stile di Chiesa che, con discrezione e perseveranza, ci ha insegnato a vivere.

