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Venticinque anni di comunicazione digitale nella Chiesa di Cagliari

Giulio Madeddu

L’intuizione di mons. Alberti e la nascita del Servizio Informatico Diocesano

Era l’autunno del 1998 quando l’arcivescovo Ottorino Pietro Alberti mi affidò un compito che, allora, appariva quasi pionieristico: istituire tra gli uffici della curia di Cagliari il Servizio Informatico Diocesano.

La decisione si inseriva dentro un percorso che la Conferenza Episcopale Italiana aveva avviato già nel 1990, con la nascita del Servizio Informatico nazionale, pensato inizialmente soprattutto per coordinare i progetti interni agli uffici della Segreteria Generale e per distribuire alle diocesi il SIDI – il Sistema Informativo Diocesano – il primo software modulare destinato alla gestione anagrafica e amministrativa delle curie.

Erano gli anni in cui internet iniziava lentamente a entrare nella vita quotidiana del Paese. La stessa Cei era stata tra le prime istituzioni italiane a intuire le potenzialità della rete, aprendo nel 1996 il proprio sito ufficiale.

Eppure, ripensando oggi a quella stagione, ciò che ancora mi colpisce è che mons. Ottorino Pietro Alberti non apparteneva affatto alla generazione cresciuta con la tecnologia e non era particolarmente avvezzo né agli strumenti informatici né al linguaggio tecnico del nascente mondo digitale. Eppure aveva intuito con grande lucidità storica che quella novità non avrebbe cambiato soltanto i mezzi della comunicazione, ma avrebbe inciso profondamente sul modo di informarsi, di comunicare e perfino di stare dentro la società contemporanea.

In questo senso la sua scelta si poneva in continuità con un’altra intuizione importante maturata pochi anni prima: la nascita di Radio Kalaritana. Anche allora mons. Alberti aveva percepito con lucidità l’importanza di investire nei nuovi linguaggi della comunicazione. Per questo comprese che anche la nostra diocesi dovesse iniziare a pensare la propria presenza nel nuovo spazio digitale.

Quando mi convocò per propormi quell’incarico, mi spiegò subito quale fosse, ai suoi occhi, la priorità: la realizzazione del sito internet della diocesi. Confesso che inizialmente opposi qualche resistenza. Gli feci presente che un sito internet, per sua natura, avrebbe dovuto essere seguito da chi già operava nel campo della comunicazione ecclesiale. In quegli anni direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali e del settimanale diocesano “NuovoOrientamenti” era don Tonio Tagliaferri, mentre da appena tre anni don Antonio Serra aveva fondato ed era responsabile di Radio Kalaritana.

Mons. Alberti, però, fu molto deciso. Ricordo ancora con chiarezza le sue parole: «Questo servizio devi renderlo tu, in totale autonomia rispetto agli altri media. E, mi raccomando, pensa in particolare al sito internet». Con grande probabilità, in quegli anni la Conferenza Episcopale Italiana sollecitava soprattutto le diocesi più grandi e strutturate a individuare un referente specifico per questo nuovo ambito di servizio. Anche da qui nasceva l’approccio diretto e urgente di mons. Ottorino Pietro Alberti.

Fu così che, subito, presi contatto con Giovanni Silvestri, responsabile del Servizio Informatico della CEI. Nel dialogo con Silvestri, mi resi presto conto che la prima grande urgenza non riguardava tanto il sito, quanto piuttosto l’avvio di un serio progetto di informatizzazione degli uffici della Curia, allora ospitati in piazza Palazzo.

Per circa due anni il progetto del sito istituzionale rimase dunque sullo sfondo. Le energie furono assorbite soprattutto dall’introduzione degli strumenti informatici di base in una realtà che, fino ad allora, era ancora largamente fondata sulla carta, sugli archivi fisici e sulle procedure manuali.

La nascita del primo sito della diocesi

Solo nella seconda metà del 2000 si passò concretamente alla progettazione del sito della diocesi. Fu allora che prese avvio la mia collaborazione con Simone Bellisai, web developer con il quale condivisi quella vera e propria avventura pionieristica. Nel piccolo ufficio messo a disposizione nei locali della Curia ci dotammo della strumentazione informatica essenziale e iniziammo a studiare ciò che altre diocesi italiane avevano già sperimentato. In realtà le esperienze erano ancora pochissime. Ci concentrammo allora soprattutto sulle esigenze comunicative della nostra Chiesa diocesana. Fu un lavoro costruito quasi totalmente in autonomia, anche perché il sistema della comunicazione ecclesiale cagliaritana era allora molto frammentato, una situazione che sarebbe rimasta tale fino al 2013.

Oggi può sembrare difficile immaginarlo, ma all’epoca gli strumenti di sviluppo e di amministrazione editoriale dei siti internet erano ancora estremamente rudimentali. Basti pensare che WordPress sarebbe nato soltanto nel maggio del 2003. Io e Simone facevamo tutto: webmaster, redattori, grafici, tecnici, fotografi, impaginatori. Ogni pagina veniva costruita quasi artigianalmente.

Nel marzo del 2001 il progetto iniziò finalmente ad assumere una configurazione definita. Decidemmo allora di fissare la presentazione ufficiale del sito alla vigilia della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che quell’anno cadeva domenica 27 maggio.

La mattina di sabato 26 maggio 2001, nell’episcopio, si tenne la presentazione ufficiale alla stampa e la messa online del sito della diocesi, alla presenza dell’arcivescovo Alberti. Nel pomeriggio, invece, nell’aula magna della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, organizzammo un momento di approfondimento dedicato alla nascente comunicazione ecclesiale online. Era presente anche Franco Mazza, allora vicedirettore dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana. Partecipava inoltre Francesco Diani, che in maniera del tutto autonoma curava la storica lista dei siti cattolici italiani. Quella di Diani era un’esperienza che oggi può sembrare lontanissima, ma che allora rappresentava uno strumento fondamentale: prima dell’avvento dei moderni motori di ricerca e soprattutto prima della diffusione di Google, quelle raccolte di siti costituivano uno dei principali punti di riferimento per orientarsi nel nascente mondo del web cattolico italiano.

Gli anni pionieristici della comunicazione online

Portai avanti quel servizio sino al settembre del 2004, attraversando così gli ultimi tre anni dell’episcopato di Ottorino Pietro Alberti e il primo anno di ministero episcopale di Giuseppe Mani.

Furono anni intensi, segnati da un entusiasmo che oggi è difficile raccontare fino in fondo. Tutto appariva nuovo. Ogni passo sembrava aprire possibilità inedite. Internet non era ancora percepito come uno strumento ordinario della vita quotidiana, ma come una frontiera tutta da esplorare.

Non tutti comprendevano immediatamente la portata di ciò che stava accadendo. Anche all’interno del mondo ecclesiale – tra sacerdoti, operatori pastorali e laici impegnati – non era sempre chiaro che la rete non rappresentasse soltanto una novità tecnica o comunicativa, ma introducesse progressivamente un vero cambiamento culturale. Cambiavano i linguaggi, i tempi della comunicazione, il rapporto con le notizie, perfino il modo di percepire la presenza pubblica della Chiesa. Eppure, guardando oggi quel 26 maggio di venticinque anni fa, appare evidente come quella giornata abbia segnato l’inizio di un percorso destinato ad avere profonde ricadute nella comunicazione della diocesi di Cagliari. Nel tempo la Chiesa diocesana ha saputo maturare scelte sempre più consapevoli e strutturate, soprattutto con l’avvento dei social network e con la diffusione capillare di internet attraverso la telefonia mobile e, successivamente, gli smartphone.

Quello che nel 2001 appariva ancora come un esperimento pionieristico, riservato a pochi appassionati e addetti ai lavori, sarebbe diventato nel giro di pochi anni uno degli spazi ordinari della vita ecclesiale, della comunicazione pastorale e della relazione quotidiana con le persone.

Una nuova forma di presenza della Chiesa

Ripensando oggi a quei primi anni, mi rendo conto che forse allora non avevamo piena consapevolezza della trasformazione che stava iniziando. Pensavamo semplicemente di realizzare un sito internet ma, in realtà, stavamo lentamente modificando il modo stesso con cui la diocesi sarebbe entrata in relazione con le persone.

Fino a quel momento la comunicazione ecclesiale aveva tempi e modalità ben precise: il settimanale diocesano, la radio, i comunicati (pochi in realtà in quei tempi), gli avvisi nelle parrocchie. Internet introduceva invece una presenza continua, accessibile in ogni momento e da qualsiasi luogo. Non si trattava più soltanto di “pubblicare” una notizia, ma di abitare uno spazio comunicativo nuovo.

Nel 2001 tutto questo era ancora embrionale. La connessione domestica era lenta, i siti erano essenziali, gli aggiornamenti spesso manuali. Eppure si intuiva che qualcosa stesse cambiando. La diocesi iniziava a uscire dai propri confini fisici e a rendersi raggiungibile anche oltre i tradizionali canali ecclesiali.

Quando nel 2004 conclusi il mio servizio alla guida del Servizio Informatico Diocesano, il percorso era ancora agli inizi. Successivamente mons. Giuseppe Mani affidò a don Giancarlo Atzei il compito di proseguire quel lavoro e di realizzare una nuova versione del sito diocesano, adeguandolo all’evoluzione tecnologica di quegli anni.

Guardando oggi quella stagione, mi colpisce soprattutto una cosa: la Chiesa diocesana iniziava, forse senza rendersene pienamente conto, a imparare una nuova forma di presenza pubblica.

Dal sito internet ai social network

La vera svolta, però, non era tecnica. Era culturale.

All’inizio degli anni Duemila molti pensavano che internet fosse semplicemente uno strumento in più, una sorta di bacheca elettronica dove trasferire contenuti già esistenti. Col tempo diventò evidente che il cambiamento era molto più profondo.

Cambiavano i linguaggi, i tempi, le modalità di accesso alle informazioni. Cambiava perfino il rapporto tra istituzioni e persone. La comunicazione non era più soltanto verticale: iniziava lentamente a diventare interattiva, immediata, diffusa.

Quando nel 2012 mons. Arrigo Miglio mi chiamò nuovamente a ricoprire un incarico nella comunicazione diocesana, affidandomi la direzione dell’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali, il panorama era ormai completamente diverso rispetto a quello del 2001.

Nel frattempo erano arrivati i social network, gli smartphone, la connessione mobile permanente e veloce. La comunicazione online non era più un settore separato o sperimentale: stava diventando il luogo ordinario dentro cui le persone si informavano, si relazionavano e costruivano la propria percezione della realtà.

Anche il senso dell’“esserci” dentro la comunicazione era radicalmente mutato. Nel 2001 essere presenti online significava soprattutto “avere un sito”. Nel 2012 significava invece entrare dentro flussi continui di relazione, aggiornamento e interazione.

Mons. Miglio mi affidò allora non soltanto la responsabilità dell’Ufficio Comunicazioni Sociali, ma anche il compito di avviare un percorso di razionalizzazione e coordinamento sinergico delle diverse realtà comunicative della diocesi. Era ormai chiaro che non bastasse più avere strumenti separati: serviva una visione comune.

Una memoria che guarda al futuro

Ricordare oggi questi venticinque anni non significa semplicemente celebrare una ricorrenza tecnologica o ripercorrere una sequenza di strumenti che si sono evoluti nel tempo. Significa piuttosto fare memoria di una Chiesa che, tra intuizioni, fatiche, sperimentazioni e inevitabili limiti, ha cercato di abitare responsabilmente i cambiamenti culturali del proprio tempo.

Dal primo sito costruito quasi artigianalmente nel 2001 fino all’attuale ecosistema digitale fatto di siti, social network, streaming e comunicazione integrata, ciò che rimane centrale non è la tecnologia in sé, ma il desiderio della Chiesa di incontrare le persone, di parlare il linguaggio del proprio tempo e di continuare a rendere visibile il Vangelo dentro gli spazi della vita quotidiana.

Se guardo oggi ai venticinque anni trascorsi da quel 26 maggio 2001, vedo soprattutto una lunga trasformazione della comunicazione ecclesiale. All’inizio c’era il sito internet, costruito quasi artigianalmente. Poi arrivarono le newsletter, le prime forme di aggiornamento dinamico, i contenuti multimediali, lo streaming, i social network. Nel frattempo cambiavano anche le abitudini delle persone: la rete smetteva di essere un luogo da raggiungere e diventava un ambiente dentro cui vivere quotidianamente.

La Chiesa diocesana ha dovuto imparare progressivamente a confrontarsi con questa trasformazione. Non sempre è stato facile. A volte si è proceduto per intuizioni, altre volte con inevitabili ritardi o fatiche. Ma il cammino è andato avanti.

Il percorso di coordinamento e integrazione delle realtà comunicative che mons. Arrigo Miglio mi aveva affidato nel 2012 ha trovato compimento nel 2023, nei primi anni dell’episcopato di Giuseppe Baturi. In quel lungo arco di tempo la diocesi è passata progressivamente da una comunicazione frammentata a una visione più integrata e sinergica.

In fondo, ciò che mi colpisce maggiormente guardando questi venticinque anni non è soltanto l’evoluzione tecnologica. È piuttosto il fatto che la comunicazione ecclesiale abbia progressivamente compreso che il digitale non rappresenta semplicemente uno spazio tecnico da occupare, ma un ambiente umano da abitare pastoralmente.

E forse non è casuale che proprio oggi, 25 maggio 2026, vigilia del venticinquesimo anniversario della messa online del primo sito della diocesi di Cagliari, venga pubblicata la prima enciclica di Pope Leo XIV, “Magnifica humanitas”, dedicata al tema della “custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale”. Quasi un segno dei tempi. Venticinque anni fa il problema era comprendere se la Chiesa dovesse entrare nella rete; oggi la sfida è molto più profonda: custodire l’umano dentro un ecosistema tecnologico sempre più potente, pervasivo e capace di incidere sulla percezione della realtà, sulle relazioni e perfino sulla comprensione dell’uomo.

Per questo il ricordo di quel 26 maggio 2001 non appartiene soltanto alla nostalgia di una stagione pionieristica. Continua invece a interrogare il presente e il futuro della comunicazione ecclesiale: perché ogni innovazione tecnologica, ieri come oggi, pone alla Chiesa non anzitutto una questione tecnica, ma una domanda profondamente umana, culturale e spirituale.