pastoralmente • mens actio caritas

È la pastorale in crisi o sono in crisi le relazioni? La risposta del Papa e della Cei

Giulio Madeddu

Nell’arco di poche settimane ci sono stati consegnati due testi che considero particolarmente significativi per il futuro della pastorale: la prima enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas, e le nuove linee orientative della Conferenza Episcopale Italiana, Radicati e costruiti in Cristo. Pur appartenendo a generi diversi e rispondendo a finalità differenti, entrambi sembrano nascere dalla stessa urgenza ecclesiale: comprendere i cambiamenti che attraversano la società contemporanea e individuare percorsi credibili per l’annuncio del Vangelo.

Mentre procedevo nella lettura, una domanda ha iniziato ad accompagnarmi con sempre maggiore insistenza: siamo davvero di fronte a una crisi della pastorale oppure, più profondamente, a una crisi delle relazioni?

Da anni, infatti, nelle nostre comunità si parla di stanchezza pastorale. Si registrano difficoltà nel coinvolgimento delle persone, diminuisce la partecipazione stabile alla vita ecclesiale, si fa più faticoso trovare collaboratori e volontari, mentre molte iniziative sembrano produrre risultati inferiori rispetto alle energie investite. La conclusione appare quasi scontata: la pastorale è in crisi.

Eppure non sono sicuro che questa sia la diagnosi più corretta.

Proprio in questi giorni si è tenuto il viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna. Le immagini trasmesse dai media, le celebrazioni partecipate, gli incontri con i giovani, con gli operatori pastorali, con le realtà della carità e con le comunità locali ci hanno restituito un quadro forse meno pessimista di quello che talvolta siamo portati a immaginare. Il popolo dei battezzati appare molto più vivo di quanto spesso raccontino le nostre statistiche. Migliaia di persone hanno manifestato una fede sincera, un forte senso di appartenenza ecclesiale e il desiderio di incontrare il successore di Pietro.

Forse, allora, il problema non è semplicemente la diminuzione delle attività o la necessità di inventare nuovi progetti. Forse la questione decisiva riguarda la qualità delle relazioni che abitano le nostre comunità.

In Magnifica humanitas Leone XIV descrive una società segnata dalla frammentazione, dalla solitudine e dalla difficoltà di costruire legami stabili. La tecnologia, pur offrendo opportunità straordinarie, non sempre favorisce l’incontro autentico. Le persone sono connesse, ma spesso si sentono sole. Comunicano continuamente, ma non sempre riescono a entrare realmente in relazione.

Questa dinamica non riguarda soltanto la società civile. Rischia di entrare anche nelle comunità cristiane. Per questo motivo credo sia necessario riconoscere un pericolo spesso sottovalutato: anche la pastorale può diventare disumanizzata.

La disumanizzazione pastorale non si manifesta necessariamente attraverso errori clamorosi. Talvolta si insinua in modo quasi impercettibile. Accade quando l’organizzazione prende il posto dell’incontro, quando l’efficienza prevale sulla prossimità, quando i programmi contano più delle persone, quando le attività vengono considerate più importanti delle relazioni che dovrebbero generare.

Questa dinamica può assumere forme molto concrete nella vita quotidiana delle nostre comunità. Si manifesta nel parroco che accoglie frettolosamente un fedele in sacrestia mentre pensa già all’impegno successivo; nel colloquio pastorale vissuto come un’incombenza da sbrigare; nella celebrazione del sacramento della Riconciliazione quando l’ascolto lascia il posto alla fretta; nelle segreterie parrocchiali che talvolta rischiano di profumare più di burocrazia che di comunione; nei consigli pastorali dove si discute molto di attività e poco delle persone; nelle comunità in cui è più facile organizzare un evento che fermarsi ad ascoltare una sofferenza.

Nessuna di queste situazioni nasce necessariamente da cattiva volontà. Spesso è il risultato della stanchezza, della molteplicità degli impegni o della pressione esercitata da una gestione sempre più complessa delle realtà ecclesiali. Tuttavia il rischio rimane reale: anche la pastorale può smarrire progressivamente il volto dell’incontro e trasformarsi in una serie di prestazioni religiose efficienti ma incapaci di generare relazioni significative.

Il paradosso è che una pastorale può essere perfettamente organizzata e insieme profondamente disumanizzata. Può rispettare orari, procedure, programmi e scadenze, ma lasciare le persone con la sensazione di non essere state veramente ascoltate. E quando una persona non si sente riconosciuta, difficilmente riuscirà a percepire, attraverso la comunità cristiana, il volto accogliente di Cristo.

È proprio qui che le nuove linee orientative della CEI offrono una prospettiva particolarmente interessante. Esse insistono sulla necessità di edificare comunità capaci di generare relazioni significative, di accompagnare le persone nei loro percorsi concreti di vita, di far maturare una corresponsabilità autentica. La questione non è semplicemente “fare insieme”, ma imparare nuovamente a “essere insieme”.

La comunione, infatti, non è un accessorio della vita ecclesiale. È una dimensione costitutiva della Chiesa. Potremmo dire che essa rappresenta un vero e proprio locus theologicus: un luogo nel quale Dio si manifesta e opera. La comunione nasce dalla Trinità, trova il suo fondamento nel battesimo e si alimenta nell’Eucaristia.

Ma proprio perché la comunione è una realtà teologica, essa deve assumere una forma umana concreta. Qui entra in gioco una categoria che raramente compare nei documenti ecclesiali ma che appare sempre più decisiva: l’empatia.

L’empatia non è semplice emotività. Non coincide con il sentimentalismo. È piuttosto la capacità di accogliere il punto di vista dell’altro, di riconoscere il suo vissuto, di lasciarsi interrogare dalla sua esperienza senza pretendere di possederla o giudicarla immediatamente.

Proprio per questo l’empatia va distinta da alcune forme di sentimentalismo che possono insinuarsi anche nella vita pastorale. Non è empatia il rapporto costruito esclusivamente sulla simpatia personale verso il parroco o verso un animatore. Non è empatia una partecipazione ecclesiale fondata soltanto sul piacere di stare insieme o sul sentirsi accolti all’interno di un gruppo ristretto. Non è empatia una relazione educativa che evita ogni confronto con la verità del Vangelo per paura di mettere in discussione le scelte delle persone.

Talvolta il rischio è quello di confondere la comunione con il semplice benessere relazionale. Si rimane in parrocchia perché ci si trova bene con alcune persone, perché si condividono interessi, sensibilità o amicizie, più che per una reale esperienza ecclesiale generata dall’incontro con Cristo. Quando questo accade, l’appartenenza comunitaria rischia di ridursi a una forma di aggregazione affettiva che fatica a resistere alle inevitabili tensioni, ai cambiamenti o alle differenze.

Anche alcuni percorsi catechistici possono cadere in questa tentazione quando privilegiano esclusivamente il coinvolgimento emotivo, l’intrattenimento o il clima di gruppo senza favorire autentiche relazioni di accompagnamento e crescita nella fede. Allo stesso modo, gli oratori rischiano talvolta di trasformarsi in luoghi che producono un grande numero di attività, eventi e iniziative di animazione, ma che faticano a generare autentico senso di appartenenza ecclesiale. Si partecipa molto, ma ci si conosce poco; si condividono esperienze, ma non sempre si costruiscono legami; si anima il tempo libero, ma non necessariamente si edifica una comunità.

L’empatia autentica, invece, non cerca il consenso immediato né l’approvazione reciproca. Ha il coraggio dell’ascolto e della verità. Permette di riconoscere l’altro nella sua unicità e, proprio per questo, apre la strada a relazioni capaci di maturare, correggersi, sostenersi e crescere nel tempo.

Quindi, se la comunione può essere considerata un locus theologicus, l’empatia potrebbe essere definita un essenziale locus anthropologicus: uno spazio umano fondamentale attraverso il quale la comunione può diventare esperienza concreta e storica. Lo Spirito Santo genera la comunione. Ma la comunione prende corpo attraverso uomini e donne capaci di ascoltare, comprendere, accogliere, accompagnare.

Senza empatia la comunione rischia di ridursi a una formula spirituale. Senza comunione l’empatia rischia di restare una semplice virtù umana. Solo l’incontro tra queste due dimensioni permette di costruire comunità realmente evangeliche.

Forse allora la domanda iniziale va riformulata.

Non è anzitutto la pastorale a essere in crisi. Ciò che spesso sperimentiamo è la fatica contemporanea di costruire relazioni profonde, durature e significative. La pastorale diventa fragile quando si indebolisce il tessuto relazionale che la sostiene.

Per questo il futuro delle nostre comunità potrebbe dipendere meno dalla capacità di elaborare nuovi progetti e più dalla disponibilità a rigenerare legami. In un tempo segnato dalla frammentazione e dalla solitudine, la testimonianza più credibile che la Chiesa può offrire è forse quella di comunità nelle quali le persone non sono semplicemente accolte, ma riconosciute; non soltanto coinvolte, ma ascoltate; non semplicemente presenti, ma realmente amate.

Forse è proprio qui che Magnifica humanitas e Radicati e costruiti in Cristo si incontrano: nel ricordarci che l’evangelizzazione passa sempre attraverso relazioni autenticamente umane, perché è nell’umano che Dio continua a rendersi presente e a costruire il suo popolo.