Dalle macerie alla missione: una chiave per leggere l’appello di Leone XIV
A distanza di tre giorni dalla presentazione della sua prima enciclica, Magnifica humanitas, papa Leone XIV ha incontrato in Vaticano i vescovi italiani riuniti per l’82ª Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana.
I due interventi, pur diversi per natura e destinatari, appaiono profondamente collegati. Nell’enciclica il Pontefice affronta le grandi sfide culturali, sociali e antropologiche del nostro tempo, individuando nelle figure bibliche di Babele e di Neemia due paradigmi attraverso cui leggere il presente. Nel discorso rivolto ai vescovi italiani, invece, lo sguardo si concentra sulla vita concreta delle comunità ecclesiali, segnate dalla fatica di trasmettere la fede, dalla difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni e da fenomeni sempre più diffusi di frammentazione e solitudine.
Eppure, in entrambi i testi, emerge una medesima convinzione: i tempi di crisi possono trasformarsi in tempi di rigenerazione. Per questo, accostando la figura di Neemia richiamata nell’enciclica e quella di san Francesco d’Assisi evocata nel discorso alla CEI, è possibile cogliere una delle linee pastorali più significative del “giovane” pontificato di Leone XIV. Entrambi, infatti, si trovano davanti a delle macerie; entrambi comprendono che non basta restaurare ciò che è crollato; entrambi diventano artefici di una rigenerazione spirituale e comunitaria. Non semplici restauratori di edifici, ma ricostruttori di popoli.
Ogni epoca conosce le proprie macerie. Ci sono quelle materiali, fatte di edifici distrutti e città devastate. Ma esistono anche macerie meno visibili e forse più profonde: relazioni spezzate, comunità indebolite, speranze smarrite, fede affaticata. Sono le macerie che spesso attraversano la vita dei popoli e delle comunità cristiane.
Nel discorso rivolto ai vescovi italiani riuniti in assemblea generale, papa Leone XIV ha descritto con realismo alcuni tratti del tempo presente: «stanchezza, frammentazione, solitudine», la difficoltà di trasmettere la fede e di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Papa non si ferma alla diagnosi. Come spesso accade nel Vangelo, la realtà viene osservata con uno sguardo diverso. Gesù, ricorda Leone XIV, non vede anzitutto un problema da risolvere, ma una messe da raccogliere. Dio continua a seminare nel cuore degli uomini il desiderio dell’infinito e della salvezza.
Per comprendere la profondità di questo invito può essere utile accostare queste due figure – Neemia e Francesco d’Assisi – apparentemente lontane nel tempo ma sorprendentemente vicine nello spirito.
Neemia: oltre le macerie delle mura
Quando Neemia riceve notizia delle condizioni di Gerusalemme, il quadro è drammatico. Le mura sono abbattute, le porte consumate dal fuoco, il popolo vive una situazione di scoraggiamento e vulnerabilità.
La sua prima reazione non è organizzativa, ma spirituale. Prega, digiuna, riflette. Poi si reca a Gerusalemme, osserva in silenzio la situazione e coinvolge il popolo in un’opera comune. È interessante notare che la vera impresa di Neemia non consiste nella ricostruzione delle mura. Le pietre, infatti, sono soltanto il segno esteriore di qualcosa di più profondo.
Neemia ricostruisce anzitutto la fiducia di un popolo, trasforma una comunità rassegnata in una comunità capace di sperare, restituisce una visione condivisa e fa nascere corresponsabilità.
Coinvolge sacerdoti, famiglie, artigiani, giovani. Ognuno riceve un tratto di muro da ricostruire, perché nessuno possa sentirsi estraneo all’opera comune.
Non è un caso che Leone XIV abbia scelto proprio Neemia come una delle grandi icone bibliche della sua prima enciclica Magnifica humanitas. Il Papa osserva che la città rinasce perché il popolo ritrova una lingua comune, quella della comunione. Prima ancora delle mura vengono ricostruiti i legami. E questa è già una grande lezione pastorale.
Le crisi della Chiesa raramente dipendono soltanto da problemi organizzativi. Spesso nascono dall’indebolimento dei legami, dalla perdita di una visione condivisa, dalla difficoltà di riconoscersi parte di una missione comune. Per questo la vera ricostruzione è sempre rigenerazione.
Ma vi è un altro aspetto di Neemia che merita attenzione. Egli non si limita a coordinare un cantiere. È un autentico motivatore del popolo. Di fronte alla paura, all’opposizione degli avversari e allo scoraggiamento, continua a richiamare tutti alla grandezza della missione. Non lascia che il popolo si definisca a partire dalle proprie debolezze, ma dalla promessa di Dio.
In questo senso Neemia appare sorprendentemente attuale. Anche oggi la pastorale rischia talvolta di essere dominata dalla preoccupazione per ciò che manca: meno presbiteri, meno partecipazione, meno risorse, meno rilevanza sociale. Neemia insegna invece a partire da ciò che Dio continua a rendere possibile. Prima delle statistiche viene la fede. Prima delle difficoltà viene la chiamata. Prima delle macerie viene la promessa.
Francesco d’Assisi: oltre le macerie della Chiesa
Molti secoli dopo, un giovane di Assisi sente davanti al Crocifisso di San Damiano una voce che gli dice: «Va’ e ripara la mia casa». Anche Francesco si trova davanti a delle macerie. All’inizio pensa a quelle materiali della piccola chiesa che ha davanti agli occhi. Col passare del tempo comprenderà che la richiesta di Cristo riguarda una realtà molto più ampia.
La Chiesa del suo tempo attraversa una stagione complessa. Esistono ricchezze e poteri che rischiano di soffocare la freschezza evangelica. La testimonianza cristiana ha bisogno di ritrovare autenticità. Francesco non avvia una riforma strutturale. Non elabora programmi pastorali. Non costruisce strategie. Riporta semplicemente il Vangelo al centro.
Il Poverello di Assisi, con la sua vita, ricorda che la forza della Chiesa non nasce dal prestigio, dalle risorse o dall’influenza sociale, ma dalla radicalità dell’incontro con Cristo. Per questo Leone XIV, rivolgendosi ai vescovi italiani, richiama esplicitamente san Francesco quando afferma che «la priorità è il Vangelo».
Come Neemia aveva ricostruito l’identità di un popolo, Francesco rigenera l’anima della Chiesa. Entrambi comprendono che non basta restaurare ciò che è crollato. Occorre ridare senso, motivazione e slancio.
Anche Francesco, come Neemia, è un generatore di partecipazione. Attorno a lui si raccolgono uomini e donne che riscoprono la bellezza del Vangelo. Non costruisce un movimento fondato sulla forza delle strutture, ma sulla forza della testimonianza. Non convince attraverso il potere, ma attraverso la credibilità della vita.
È probabilmente questo il motivo per cui Leone XIV lo pone all’inizio del suo pontificato come riferimento privilegiato. A ottocento anni dalla sua morte, Francesco continua a ricordare che ogni autentica riforma ecclesiale nasce da un ritorno al Vangelo e non da una semplice riorganizzazione delle strutture.
La “pastorale della rigenerazione”
Alla luce di queste due figure, il discorso di Leone XIV alla CEI appare particolarmente significativo. Il Papa non invita a una pastorale della conservazione, non propone una semplice manutenzione dell’esistente e non suggerisce di difendere ad ogni costo strutture, abitudini o modelli ereditati dal passato. Invita piuttosto ad avere «il coraggio dell’essenziale».
È un’espressione che avrebbe potuto sottoscrivere sia Neemia sia Francesco:
- Il coraggio di mettere al centro il Vangelo.
- Il coraggio di costruire comunità che generano alla fede.
- Il coraggio di ascoltare realmente il popolo di Dio.
- Il coraggio di lasciarsi interrogare dai giovani.
- Il coraggio di verificare abitudini pastorali che forse non parlano più all’uomo contemporaneo.
- Il coraggio di non misurare la fecondità della Chiesa soltanto attraverso numeri, presenze e statistiche.
Si tratta, in fondo, di passare da una pastorale della conservazione a una pastorale della rigenerazione. Conservare significa preoccuparsi soprattutto di ciò che esiste. Rigenerare significa generare nuovamente vita.
Neemia e Francesco insegnano che i periodi di crisi possono diventare tempi di fecondità proprio quando si smette di guardare nostalgicamente al passato e si ricomincia a costruire il futuro.
Non è difficile riconoscere qui una delle intuizioni più significative del magistero nascente di Leone XIV. La Chiesa non viene descritta come una realtà assediata che deve difendersi, ma come un popolo chiamato a generare speranza. Per questo il Papa insiste sull’ascolto, sul discernimento, sulla partecipazione, sull’iniziazione cristiana, sulla corresponsabilità e sulla missione.
Sono tutte parole che, in fondo, raccontano un’unica grande dinamica: rigenerare.
Il compito della Chiesa oggi
Nella conclusione della sua enciclica, Leone XIV richiama ancora una volta la figura di Neemia e invita tutti i cristiani a non avere paura di «sporcarsi le mani nel cantiere del nostro tempo».
L’immagine del cantiere è particolarmente efficace. Non siamo chiamati a custodire un museo. Siamo chiamati a costruire. Non a difendere rovine, ma a generare speranza. Non a contare ciò che è andato perduto, ma a riconoscere ciò che Dio continua a seminare nel cuore degli uomini.
Forse è proprio questa la consegna che Leone XIV affida oggi alla Chiesa italiana. Diventare una Chiesa capace di guardare le macerie senza lasciarsi schiacciare da esse. Una Chiesa che, come Neemia, sa coinvolgere tutto il popolo nella responsabilità della missione. Una Chiesa che, come Francesco d’Assisi, sa ritrovare continuamente nel Vangelo la propria sorgente. Perché le stagioni di crisi non sono necessariamente il preludio del declino. Possono diventare, se vissute nella fede, il luogo in cui Dio prepara una nuova primavera.
Le mura di Gerusalemme e la piccola chiesa di San Damiano lo testimoniano ancora oggi: la storia della salvezza comincia spesso proprio lì dove gli uomini vedono soltanto macerie. Ed è proprio lì che nascono i rigeneratori della speranza.

