Il dibattito pubblico sull’età di accesso agli strumenti digitali e ai social network da parte di bambini e adolescenti intercetta l’interesse non solo di genitori e insegnanti, ma anche di quanti, nel campo educativo, si confrontano quotidianamente con una fascia d’età sempre più refrattaria ai modi e ai tempi dell’insegnamento tradizionale. Il tema riguarda in modo particolare l’ambito scolastico, ma non si esaurisce lì.
In questo dibattito si inseriscono, spesso con momenti di frustrazione e senso di inadeguatezza, anche coloro che si occupano di prima evangelizzazione: educatori, catechisti, animatori di oratorio e parroci. Ed è su questo versante che interessa maggiormente ragionare, lasciando da parte il pur rilevante aspetto delle regole per mitigare fenomeni come la dipendenza da smartphone.
Per affrontare l’argomento in modo costruttivo è però necessario sgomberare il campo da alcuni presupposti fallaci, comuni e diffusi, circa la comunicazione nel digitale e le sue potenzialità in funzione dell’evangelizzazione.
Il primo equivoco: credere che si tratti di una questione di strumenti.
Sin dai primi messaggi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali dedicati a questi temi, l’attenzione del magistero si è concentrata sul concetto di “ambienti” più che su quello di strumenti. Già Benedetto XVI, nel messaggio per la 43ª Giornata (2009), osservava che le nuove tecnologie digitali stanno determinando «cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani», cambiamenti particolarmente evidenti tra i giovani cresciuti in stretto contatto con esse. Smartphone, tablet, pc, console di gioco sono porte di accesso ad ambienti abitati e, col tempo, sono diventati essi stessi parte integrante dei messaggi che veicolano.
Se Internet, il web, i social network e ciascun insieme di connessioni governato da algoritmi costituiscono ambienti abitati, chi si occupa di evangelizzazione non può fare a meno di percorrerli. Nessuna battaglia di retroguardia è più ammessa, né uno sguardo distante dall’alto: è necessario percorrere quelle strade e impolverare i propri calzari. «La pastorale nel mondo digitale», scriveva Benedetto XVI nel messaggio del 2010, «deve poter mostrare agli uomini del nostro tempo che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci apparteniamo a vicenda.» Non si tratta di presidiare uno spazio, ma di abitarlo davvero.
Il secondo equivoco: pensare che la dimestichezza con gli strumenti corrisponda automaticamente alla comprensione del messaggio veicolato attraverso di essi.
Si sente spesso sottolineare, da chi è a stretto contatto con i ragazzi, quanto la loro capacità di maneggiare il digitale metta fuori gioco chi appartiene a generazioni precedenti. La risposta degli educatori diventa allora una corsa all’aggiornamento tecnico, con l’illusione di poter competere ad armi pari. Ma questa corsa porta fuori strada.
Benedetto XVI, nel messaggio del 2011 su “Verità, annuncio e autenticità di vita nell’era digitale”, ricordava che comunicare il Vangelo attraverso i nuovi media «significa non solo inserire contenuti dichiaratamente religiosi sulle piattaforme dei diversi mezzi, ma anche testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte e preferenze profondamente coerenti con il Vangelo, anche quando di esso non si parla in forma esplicita». La competenza tecnica è un mezzo, non il fine: la cifra dell’annuncio resta la testimonianza, e quella non si impara maneggiando un’app.
Il terzo equivoco, forse il più insidioso: credere che sia necessario abbandonare del tutto i mezzi e le tecniche tradizionali a favore degli “effetti speciali”.
È la trappola in cui, con le migliori intenzioni, è caduta molta pastorale giovanile degli ultimi anni. Si è cercato di dare contenuti tradizionali in modi nuovi, senza che questo rispondesse davvero alla concretezza del vivere dei ragazzi, o si è sopravvalutata l’efficacia del format fino ad annacquare il messaggio stesso. La questione, insomma, non è il canale ma la relazione.
Papa Francesco, nel messaggio per la 55ª Giornata (2021), intitolato “Vieni e vedi”, ha indicato la strada con semplicità: comunicare significa incontrare le persone «dove e come sono», non aspettarsi che vengano a noi attratte da un format accattivante. E già nel 2019, dedicando il messaggio alle reti sociali come comunità, aveva messo in guardia dall’illusione che i ragazzi possano essere «appagati totalmente sul piano relazionale» dal social web. Il rischio concreto è costruire una pastorale che rassicura gli adulti più di quanto raggiunga i giovani.
Gli strumenti del digitale hanno modificato, nel tempo, i tempi e i modi dell’apprendimento. Richiedono testi più brevi, contenuti multimediali misurati in secondi più che in minuti, tecniche di cattura dell’attenzione che funzionano sui social ma non sono esclusive di quegli ambienti. Non si tratta di effetti speciali, ma di modi attuali. Se questo sembra comportare un impoverimento del messaggio, il problema non sta nella tecnica ma nell’accuratezza con cui si preparano i contenuti, che è alla fine il vero metro dell’amore per il messaggio stesso.
Con le debite proporzioni: nella sua predicazione Gesù ricorreva spesso alle parabole legate alla vita quotidiana del suo tempo, masticando il messaggio a favore di chi non aveva gli strumenti per decodificare la profondità del mistero. Così oggi gli educatori devono tener conto di una vita quotidiana dei ragazzi che abbraccia non solo la realtà offline, ma anche, e spesso soprattutto, quella online, con le sue velocità e i suoi linguaggi. Non si tratta solo delle caratteristiche tecniche dei veicoli, ma di occhi e orecchie davvero diversi: e di un’attenzione che chiede, prima ancora che contenuti nuovi, la disponibilità a camminare con loro, non solo davanti a loro.

