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Influencer o servi inutili? La sfida dell’evangelizzazione negli ambienti digitali

Simone Bellisai

La riflessione sulla vita ecclesiale torna spesso, e a ragione, sul rapporto tra appartenenza e territorio. La comunità cristiana prende forma in un luogo, si radica nella prossimità, condivide con le persone che la abitano un pezzo concreto di mondo. È un dato teologico prima ancora che organizzativo: la fede non si diffonde in astratto, ma dentro relazioni situate, storie riconoscibili, spazi condivisi.

Eppure, quando ci si sposta sul piano della comunicazione e dell’evangelizzazione digitale, queste coordinate si fanno più rarefatte. Il luogo non scompare, ma si dilata. Le relazioni non cessano di essere reali, ma si svolgono secondo logiche diverse: sono meno vincolate alla prossimità fisica, più esposte alla scelta, alla mobilità, alla frammentazione. Se già nei contesti urbani, come abbiamo avuto modo di riflettere anche qui su PastoralMente, il territorio non coincide più automaticamente con lo spazio delle relazioni, nel digitale questo scarto si amplifica ulteriormente.

Cosa accade, allora, quando la Chiesa abita anche questi spazi? Se il radicamento nel territorio è una forma concreta di incarnazione, quale forma assume l’incarnazione in un ambiente dove il territorio, nel senso tradizionale, non c’è più?

La risposta deve tenere conto anzitutto del modo in cui viene percepita oggi la comunicazione online, con lo sbilanciamento tra opportunità e rischi, a favore di questi ultimi, che i media tradizionali propongono quotidianamente. La visione apocalittica che si disegna elencando le aberrazioni generate in questi ambienti non aiuta a considerare l’opportunità di evangelizzarli, finendo anzi per ritenerli quasi profani, indegni di un messaggio alto e prezioso come quello del Vangelo.

Eppure i fatti dicono altro. Innumerevoli profili sui social più frequentati dai giovanissimi, animati da laici, consacrati, religiosi e sacerdoti, propongono riflessioni sulla Parola di Dio e testimonianze di vita vissuta. Alcuni di questi protagonisti hanno avuto persino un evento a loro dedicato nel contesto del Giubileo: un riconoscimento puntuale al servizio reso alla comunità cristiana. Sul web si parla di fede, di liturgia, di pastorale, di spiritualità, e lo si fa anche su TikTok, il social con la reputazione più frivola tra i suoi simili. Si possono scomodare termini come testimone, evangelizzatore, missionario? A quanto pare la risposta è affermativa.

Ma un profilo social può diventare una parrocchia digitale? Così come la parrocchia “fisica” insiste su un territorio dove non tutti sono battezzati, e anche tra i battezzati il coinvolgimento reale è parziale, così il numero dei follower o delle reazioni ai post non può essere il metro di quanto si sia creata comunità intorno a un profilo.

Se poi si analizzano i contenuti, in alcuni casi è palese come il vero messaggio sia il personaggio in primo piano e non quello che dice. Cosa che già lascia perplessi quando si tratta di laici decisamente disinvolti nel loro esprimersi, ma ancora di più quando chi conduce il one man show è un sacerdote o un religioso.

Qui sta il punto cruciale. I profili personali sui social nascono per promuovere i loro titolari, con l’ambizione di diventare punti di riferimento e influencer, e diversamente non potrebbe essere. L’evangelizzazione, invece, prevede che si promuova Gesù risorto e il suo messaggio di salvezza, e che chi lo annuncia sia “servo inutile”. Nella comunicazione online la visibilità può estendersi ben oltre ogni confine e certi numeri finiscono per risultare inebrianti, al limite dell’ubriachezza da consenso.

Questo non significa che tutto sia da buttare. Esistono realtà legate a profili istituzionali e comunitari che offrono anche al navigatore casuale la possibilità di conoscere persone e comunità che vivono una vita piena e esperienze edificanti, con un’efficacia che va oltre i limiti degli strumenti di comunicazione tradizionali. Ed è innegabile che certe presenze online siano per molti un valido aiuto nel cammino spirituale, soprattutto quando si vivono difficoltà nella socializzazione. Ma è fondamentale tenere lontana la tentazione di personalizzare troppo la presenza, di annacquare il messaggio con l’illusione di renderlo meno ostico, d’altra parte di caricarlo di effetti speciali per attirare gli sguardi. Sono tecniche che funzionano bene per molti contenuti di altro tipo e per il marketing, ma tolgono genuinità a un messaggio che è Verità.

Ogni sforzo comunicativo deve essere orientato, almeno nelle intenzioni, a favorire l’incontro non solo con un messaggio o con un’idea generale che rimane spesso limitata al fervore del momento, ma con una comunità viva fatta di persone e di incontri, dove la corporeità non è un optional, e tantomeno un ostacolo, ma l’elemento imprescindibile di una vera esperienza di vita comunitaria.