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Lettera ai giornalisti e comunicatori dell’Ucsi Sardegna. Febbraio 2026

Giulio Madeddu

Cagliari, 15 febbraio 2026

Care amiche e cari amici,

la parola che desidero consegnarvi nella seconda tappa del nostro cammino mensile è un invito semplice e insieme decisivo: «Andate anche voi nella mia vigna».

È l’imperativo contenuto nella parola evangelica con cui si apre la Christifideles laici, e non è una scelta casuale. San Giovanni Paolo II affida, infatti, alla parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna (cf. Mt 20,1-16) il compito di dire, fin dall’inizio di questo testo magisteriale, che il mondo è il luogo della vocazione dei laici, il campo concreto in cui la chiamata di Dio prende forma.

«La parabola evangelica — afferma papa Wojtyla — spalanca davanti al nostro sguardo l’immensa vigna del Signore e la moltitudine di persone, uomini e donne, che da lui sono chiamate e mandate perché in essa abbiano a lavorare. La vigna è il mondo intero (cf. Mt 13, 38), che dev’essere trasformato secondo il disegno di Dio in vista dell’avvento definitivo del Regno di Dio» (Christifideles laici, 1). Non alcuni, non i più preparati, non i più visibili, ma uomini e donne come tanti, chiamati a entrare nella vigna così com’è, nel tempo in cui vivono. Senza esitazioni e paure.

Per noi giornalisti e comunicatori questo significa riconoscere che — come già vi scrivevo il mese scorso — il mondo dell’informazione è una vera e propria porzione di vigna affidata alla nostra cura. È lo spazio concreto che mi è affidato, quello che io sono chiamato a “coltivare”. È quel “mio” filare di vigna che percorro ogni giorno: la mia redazione, la mia postazione di lavoro, le colonne in cui prende forma l’inchiostro dei miei articoli, il servizio da montare, la pagina web o il profilo social che mi è affidato, il comunicato stampa da rileggere e limare. È uno spazio che solo io abito in quel modo e in quel momento e che, se non me ne prendo cura io, probabilmente non sarà raggiunto da altri, perché quello è il luogo della mia chiamata, e non di qualcun altro.

Non dimentichiamo, però, un aspetto fondamentale: quel filare di vigna non è uno spazio neutro o meramente tecnico. È un ambito nel quale si giocano scelte umane decisive: il rapporto con la verità, il rispetto della dignità delle persone, la costruzione o la frammentazione del tessuto sociale. È lì che la nostra responsabilità professionale e la nostra coscienza personale si incontrano, dando forma concreta alla vocazione ricevuta.

In questa vigna si gioca e si qualifica il nostro rapporto più profondo con noi stessi, e dunque con la nostra coscienza. Qui si costruisce anche la relazione con i colleghi — scegliamo la professione, non sempre le persone con cui la esercitiamo — con tutte le fatiche che questo comporta nel lavoro di squadra e nel confronto con le gerarchie professionali. In questa vigna prende forma pure il rapporto con i lettori, gli ascoltatori, i destinatari della nostra azione giornalistica e comunicativa, che chiede rispetto per la verità e onestà intellettuale.

Questa “vigna professionale” interpella anche l’equilibrio tra il lavoro e la vita familiare. Il mestiere giornalistico attraversa inevitabilmente il tempo degli affetti, il rapporto con il coniuge e con i figli, chiedendo un discernimento continuo nel custodire le relazioni senza rinunciare alla responsabilità professionale. Anche questo equilibrio fa parte della laboriosità della vigna affidata alla nostra cura.

In questo intreccio di vita, fatto di lavoro, relazioni professionali e affetti familiari, siamo chiamati, come cristiani consapevoli della chiamata ricevuta, a dare forma concreta alla nostra missione nel mondo e nella Chiesa. Anche l’esempio, la coerenza, la professionalità e la correttezza delle relazioni diventano così vie attraverso cui il Regno può essere edificato.

La Christifideles laici è molto chiara su questo punto: la vocazione dei laici non si realizza accanto alla vita ordinaria, ma dentro di essa. «È questa la vigna, è questo il campo nel quale i fedeli laici sono chiamati a vivere la loro missione. Gesù li vuole, come tutti i suoi discepoli, sale della terra e luce del mondo (cf. Mt 5, 13-14)». (Christifideles laici, 3). È nel lavoro quotidiano, nelle responsabilità professionali, nei linguaggi che usiamo ogni giorno che la chiamata prende corpo.

Il giornalismo, allora, non è soltanto un’occupazione professionale. È un luogo di responsabilità e di discernimento, talvolta di fatica e di solitudine, ma anche uno spazio in cui può maturare una vera chiamata: non una chiamata “altra” rispetto alla professione, bensì una chiamata che passa proprio attraverso di essa.

È in questo orizzonte che si colloca l’esperienza dell’Ucsi. Il nostro Statuto ricorda anzitutto che l’Unione è costituita tra gli operatori dell’informazione e della comunicazione, a sottolineare che essa nasce dentro la professione e a servizio di chi la esercita (Statuto 1.1). Ma chiarisce subito anche la sua natura più profonda: l’Ucsi è infatti un’Unione insieme professionale ed ecclesiale, che trova ispirazione nel servizio alle persone, nel Vangelo e nel Magistero della Chiesa (Statuto 1.2). Non un’aggiunta opzionale al percorso personale, né un semplice contenitore di iniziative, ma una risposta comunitaria alla vocazione del giornalista cristiano. Uno spazio in cui la chiamata personale incontra un cammino condiviso, uno stile comune, un’appartenenza ecclesiale vissuta nel concreto del lavoro.

Il fuoco di questo mese può essere, allora, sintetizzato così: il giornalismo non è solo un mestiere, ma un luogo di chiamata; l’Ucsi non è un accessorio, ma una risposta comunitaria a questa chiamata per dare un “gusto evangelico” alla professione affinché diventi vera missione

In un tempo che tende a ridurre il lavoro a prestazione e l’appartenenza a formalità, siamo invitati a riscoprire la radice più profonda del nostro essere giornalisti, e giornalisti cristiani.

Don Giulio Madeddu
Consulente ecclesiastico Ucsi Sardegna