
Nelle nostre parrocchie i ruoli non mancano. Ci sono i catechisti, i lettori, i ministri straordinari della Comunione, gli animatori, quelli della Caritas, quelli del coro, quelli che preparano la liturgia, quelli che si occupano dell’oratorio, quelli dell’amministrazione. E naturalmente c’è il parroco.
Fin qui nulla di strano. Una comunità ha bisogno di persone che assumano compiti diversi, di competenze, di responsabilità, di ministeri. Il problema comincia quando il ruolo, da forma concreta del servizio, finisce per diventare una postazione: un posto nel quale ci si sistema, che delimita ciò che ci riguarda e che, qualche volta, si finisce anche per difendere.
È allora che la pastorale può assomigliare, più o meno inconsapevolmente, a un grande gioco di ruolo.
A ciascuno il suo personaggio, il suo territorio, le sue competenze. Il catechista fa il catechista, il coro pensa ai canti, la Caritas ai poveri, gli animatori ai ragazzi, il Consiglio pastorale discute dei problemi generali. E il parroco, possibilmente, dovrebbe conoscere le regole di tutti i giochi contemporaneamente.
La macchina può anche funzionare. Le attività si fanno, i turni vengono coperti, il calendario è pieno. Eppure rimane una domanda: chi si sente responsabile dell’insieme?
La tentazione di trasformare il ruolo in recinto
Il problema, evidentemente, non sono i ruoli. La Chiesa non è una comunità indistinta nella quale tutti fanno tutto. Esistono ministeri differenti, vocazioni differenti, responsabilità differenti. Anche il recente Documento finale del Sinodo parla significativamente di «corresponsabilità differenziata»: unità della missione e pluralità di carismi, ministeri e responsabilità.
La questione nasce quando la differenza diventa separazione. È il momento nel quale cominciamo a dire: «Questo non spetta a me». Oppure: «Di questo si occupa la Caritas». «Per i ragazzi ci sono i catechisti». «Alla liturgia pensano quelli del gruppo liturgico». Sono frasi apparentemente innocenti. E in qualche misura persino corrette: qualcuno dovrà pure occuparsi concretamente di quelle cose. Ma possono nascondere una trasformazione più profonda: ciò che appartiene alla vita di tutta la comunità viene progressivamente delegato agli specialisti.
La carità diventa compito della Caritas.
La catechesi compito dei catechisti.
La liturgia compito di chi prepara le celebrazioni.
I giovani compito degli animatori.
La missione, prima o poi, compito di qualche équipe missionaria.
A quel punto abbiamo certamente distribuito bene il lavoro. Non è altrettanto sicuro che abbiamo costruito una comunità corresponsabile.
Prima dell’incarico viene il Battesimo
Qui il problema diventa ecclesiologico. Prima di essere catechista, ministro, animatore, componente del Consiglio pastorale o volontario della Caritas, ogni cristiano è un battezzato. È da qui che nasce la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa.
I ministeri e gli incarichi non creano questa responsabilità: la specificano, le danno una forma concreta, la mettono a servizio della comunità. Per questo un catechista non è semplicemente una persona alla quale sono stati affidati venti bambini il martedì pomeriggio. È un membro della comunità che esercita, attraverso il servizio della catechesi, la responsabilità comune dell’annuncio del Vangelo.
Allo stesso modo, chi opera nella Caritas non dovrebbe diventare la persona alla quale la comunità consegna il problema dei poveri. Dovrebbe piuttosto aiutare la comunità intera a diventare più capace di vedere, ascoltare e servire chi è nel bisogno.
Il gruppo liturgico non dovrebbe appropriarsi della liturgia, ma aiutare tutta la comunità a celebrare meglio.
Il ministero, insomma, non sottrae una responsabilità agli altri, ma aiuta tutti a viverla meglio. È una differenza non piccola.
«Io la mia parte l’ho fatta»
La pastorale dei ruoli possiede anche una frase che la riassume abbastanza bene: «Io la mia parte l’ho fatta». Ed è possibile che sia vero. Il catechista ha preparato l’incontro, il coro ha provato i canti, la Caritas ha distribuito gli aiuti, gli animatori hanno organizzato l’attività, il parroco ha celebrato, convocato, autorizzato, ricordato, telefonato, corretto e magari anche spento le luci alla fine.
Tutti hanno fatto la propria parte, ma la verifica pastorale comincia proprio dopo: Quello che abbiamo fatto ha aiutato qualcuno a incontrare Cristo? Le famiglie sono state coinvolte? Sono nate relazioni nuove? La comunità è diventata più accogliente? Ci siamo accorti di chi non c’è? Abbiamo raggiunto qualcuno che normalmente rimane fuori dai nostri ambienti?
Perché può accadere che tutti abbiano fatto bene la propria parte e che, complessivamente, la pastorale non stia andando da nessuna parte. È il limite di ogni organizzazione molto efficiente ma poco capace di interrogarsi sulla propria missione.
Una parrocchia fatta di piccoli mondi
Un altro effetto della pastorale dei ruoli è la nascita di piccoli mondi. I catechisti frequentano i catechisti, gli animatori gli animatori, il coro il coro, la Caritas la Caritas. Ogni gruppo sviluppa il proprio linguaggio, le proprie abitudini, qualche volta perfino le proprie piccole tradizioni. Tutto questo può generare appartenenza, ed è certamente positivo. Diventa meno positivo quando si appartiene molto al proprio gruppo e sempre meno alla comunità.
La parrocchia rischia allora di trasformarsi in una specie di condominio pastorale: abitiamo nello stesso edificio, utilizziamo alcuni spazi comuni, ogni tanto ci incontriamo sulle scale, ma ciascuno torna volentieri nel proprio appartamento.
A questo si aggiunge un altro rischio, particolarmente evidente nelle parrocchie di lunga tradizione: quello dei ruoli ai quali ci si inchioda. Una persona comincia a svolgere un servizio e, con il passare degli anni, finisce quasi per identificarsi con quel posto. Non è più semplicemente una persona che in questo momento svolge un determinato compito: diventa “quello del coro”, “quella della catechesi”, “quello della Caritas”, “quella della liturgia”.
Il problema non è la fedeltà a un servizio, che può essere preziosa e generosa. Il problema nasce quando non si riesce più a concepire la propria appartenenza alla comunità al di fuori di quel ruolo. Così il cambiamento di un incarico può essere vissuto come una perdita di identità. Il ricambio come una minaccia. La presenza di nuove persone come un’invasione di campo.
Nelle comunità con una storia lunga questo rischio può essere ancora più forte, perché ruoli e consuetudini tendono a sedimentarsi. Alcuni servizi diventano quasi “posti assegnati”, talvolta trasmessi più per abitudine che per reale discernimento pastorale.
Ma una comunità viva non dovrebbe chiedersi soltanto chi abbia sempre fatto una certa cosa. Dovrebbe anche domandarsi se quel servizio abbia ancora senso in quella forma, se sia opportuno affidarlo diversamente, se qualcuno debba essere accompagnato verso un nuovo compito, se sia arrivato il momento di lasciare spazio.
La corresponsabilità domanda invece che ogni esperienza particolare continui a sentirsi parte di un unico cammino e che ogni ruolo rimanga, in qualche modo, relativo alla missione e non assoluto nella vita della persona. Non occorre che tutti partecipino a tutto. Sarebbe impossibile e probabilmente anche poco salutare. Occorre però che tutti sappiano verso dove stiamo andando insieme e che nessuno abbia bisogno di occupare per sempre lo stesso posto per sentirsi parte della comunità.
Il paradosso del parroco che deve fare tutto
La pastorale dei ruoli produce poi un curioso paradosso. Più i diversi settori sono indipendenti gli uni dagli altri, più diventa necessario qualcuno che tenga insieme tutto. E quel qualcuno, normalmente, è il parroco.
Tutte le informazioni arrivano a lui. Tutte le autorizzazioni passano da lui. Quando due gruppi utilizzano contemporaneamente la stessa sala, il problema arriva a lui. Quando manca qualcuno, arriva a lui. Quando occorre prendere una decisione, arriva a lui.
Così può succedere che una parrocchia abbia cinquanta collaboratori e rimanga, nella sostanza, fortemente centralizzata. Non perché il parroco necessariamente voglia controllare tutto, ma perché un sistema fatto di compartimenti separati ha bisogno di un centro che li tenga collegati.
La corresponsabilità non toglie al parroco la responsabilità propria del suo ministero. Gli permette però di esercitarla diversamente: non come gestore universale delle attività parrocchiali, ma sempre più come colui che presiede, accompagna, coordina, suscita i carismi e custodisce la comunione. Anche su questo il cammino sinodale insiste: la partecipazione di tutti non elimina la diversità dei ministeri e delle responsabilità, ma li colloca dentro una missione condivisa.
Dal compito alla missione
Forse il passaggio decisivo sta proprio nelle domande che impariamo a porci.
La pastorale dei ruoli domanda: Che cosa devo fare?
La pastorale corresponsabile domanda: Che cosa siamo chiamati a costruire insieme?
La pastorale dei ruoli domanda: Chi deve occuparsi di questo problema?
La pastorale corresponsabile domanda: Che cosa questo problema sta dicendo alla nostra comunità?
La pastorale dei ruoli verifica: Abbiamo realizzato l’attività prevista?
La pastorale corresponsabile aggiunge: Che cosa ha generato?
Non è una differenza terminologica. È un cambiamento di mentalità. Significa passare dall’idea di una parrocchia nella quale vengono distribuiti incarichi all’idea di una comunità nella quale viene condivisa una missione.
Non tutti devono fare tutto
Naturalmente, corresponsabilità non significa assemblearismo permanente. Non significa che ogni decisione debba essere presa da tutti. Non significa che ogni persona debba occuparsi di ogni settore. E non significa neppure cancellare competenze, ministeri e autorità.
Una comunità corresponsabile non è una comunità nella quale tutti fanno tutto, ma una comunità nella quale ciascuno, facendo la propria parte, si sente responsabile anche dell’insieme. È probabilmente questa la distinzione decisiva.
Il Documento finale del Sinodo parla di una Chiesa nella quale l’unità convive con la pluralità dei doni e nella quale la partecipazione di tutto il popolo di Dio avviene «nella distinzione dei diversi ministeri e ruoli». Dunque i ruoli rimangono, ma smettono di essere recinti.
Una responsabilità che allarga lo sguardo
Forse potremmo riassumere il percorso con tre piccoli passaggi: dal ruolo all’appartenenza, dal proprio settore al cammino comune, dal compito alla missione.
Non è necessario rivoluzionare gli organigrammi parrocchiali. Piuttosto potrebbe essere necessario qualcosa di più difficile: cambiare il modo con cui ci pensiamo dentro la comunità. Non chiedere soltanto quale sia il mio posto, ma quale sia il nostro cammino. Non difendere semplicemente ciò che mi è stato affidato, ma accorgermi di ciò che sta accadendo intorno. Non pensare che una cosa non mi riguardi solo perché non compare nella descrizione del mio incarico.
Perché una parrocchia non diventa corresponsabile quando finalmente è riuscita ad assegnare tutti i ruoli. Diventa corresponsabile quando persone con ruoli diversi imparano a sentirsi insieme responsabili dell’unica missione.
Il problema, dunque, non è avere un ruolo. È quando il servizio diventa una postazione: un luogo dal quale guardare soltanto il proprio pezzo di comunità, difendere il proprio spazio e lasciare agli altri tutto il resto.
E forse, per capire a che punto siamo, conviene osservare alcuni sintomi. Non per fare diagnosi impietose sulle nostre comunità, ma per riconoscere quelle abitudini che, quasi senza accorgercene, possono trasformare il servizio ecclesiale in un gioco di ruolo.
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La tabella che segue può aiutare a leggere con un po’ di attenzione la vita delle nostre comunità. Non si tratta di applicare etichette o di formulare giudizi, ma di riconoscere alcuni sintomi che possono indicare il prevalere di una pastorale dei ruoli.
Per ciascuno di essi è possibile individuare anche un percorso di guarigione: non una ricetta pronta, ma una direzione verso cui muoversi per crescere nella corresponsabilità, nella comunione e nella capacità di sentirsi insieme responsabili della missione della parrocchia.
| Sintomo | Percorso di guarigione |
| 1. Identificazione tra persona e incarico. Ognuno finisce per essere definito da ciò che fa: il catechista, il lettore, il ministro, quello della Caritas. Il servizio diventa quasi un’identità ecclesiale. | Rimettere al centro l’identità battesimale. Prima di essere catechisti, ministri o animatori siamo discepoli e membri dello stesso popolo di Dio. Il ministero è una forma temporanea e concreta con cui si serve la comunità, non ciò che definisce definitivamente una persona. |
| 2. Confini rigidi tra i settori. «Questo non spetta a me». Ogni gruppo custodisce il proprio ambito e rischia di ignorare ciò che accade negli altri. | Creare relazioni tra ministeri e gruppi. Favorire momenti comuni di formazione, programmazione, verifica e preghiera. Non perché tutti debbano occuparsi di tutto, ma perché ciascuno comprenda come il proprio servizio appartenga a un unico progetto pastorale. |
| 3. Delega delle dimensioni fondamentali della vita cristiana. La catechesi ai catechisti, la carità alla Caritas, la liturgia agli addetti, i giovani agli animatori. | Restituire le dimensioni pastorali all’intera comunità. La Caritas non deve essere “quella che fa la carità”, ma aiutare tutta la comunità a diventare più caritatevole; il gruppo liturgico deve aiutare la comunità a celebrare; i catechisti devono coinvolgere famiglie e adulti nell’educazione alla fede. |
| 4. Centralità del compito più che della missione. La domanda diventa: «Che cosa devo fare?», anziché: «Perché lo facciamo? Per chi?». | Ripartire dalla missione. Ogni attività dovrebbe nascere da una domanda pastorale e non semplicemente dalla necessità di mantenere un’abitudine. Prima del calendario viene il discernimento: quali persone ci sono affidate? Quali bisogni emergono? Quale Vangelo siamo chiamati ad annunciare? |
| 5. Scarsa comunicazione tra gruppi e ministeri. Le attività procedono parallelamente e la parrocchia assomiglia a una federazione di gruppi. | Costruire una reale progettualità comune. Condividere obiettivi, informazioni e verifiche. Il Consiglio pastorale può essere precisamente il luogo nel quale le diverse esperienze vengono ricondotte a una visione complessiva della comunità. |
| 6. Rappresentanza degli interessi del proprio gruppo. Nel Consiglio pastorale ciascuno rischia di diventare il portavoce del proprio settore. | Passare dalla rappresentanza al discernimento. Chi partecipa a un organismo pastorale non è chiamato principalmente a difendere le esigenze del proprio gruppo, ma a cercare insieme ciò che serve alla missione dell’intera comunità. |
| 7. Forte dipendenza dal parroco. Tutto deve passare da lui: informazioni, problemi, autorizzazioni, decisioni. | Far crescere una responsabilità realmente condivisa. Il parroco conserva la responsabilità propria del suo ministero, ma non deve essere l’unico nodo della rete pastorale. Occorre affidare responsabilità vere, creare équipe, definire spazi di autonomia e verificare insieme. |
| 8. Responsabilità individuale ma poca responsabilità condivisa. «Io ho fatto la mia parte». | Imparare a verificare insieme i frutti. Non basta che ciascuno abbia svolto correttamente il proprio compito. Bisogna chiedersi: che cosa sta accadendo alla comunità? Le persone stanno crescendo? Stiamo raggiungendo chi è lontano? Le nostre iniziative stanno generando comunione e fede? |
| 9. Conservazione degli incarichi. «L’ho sempre fatto io». Il servizio diventa uno spazio da difendere. | Educare alla temporaneità e alla consegna. Ogni servizio ecclesiale dovrebbe contenere fin dall’inizio la disponibilità a preparare altri, accompagnare nuovi collaboratori e, quando necessario, lasciare il proprio posto. Un ministero è fecondo anche quando genera successori. |
| 10. Difficoltà nel ricambio. Quando una persona lascia, un’attività rischia di fermarsi. | Passare dalle persone indispensabili alle comunità capaci di trasmettere. Lavorare in équipe, condividere competenze e responsabilità, evitare che conoscenze e relazioni siano concentrate in una sola persona. |
| 11. Valutazione quantitativa e funzionale. Si guarda soprattutto al numero delle iniziative, alla partecipazione, ai turni coperti, alle attività realizzate. | Imparare una verifica pastorale qualitativa. Non chiedersi soltanto «quanti erano?» o «abbiamo fatto tutto?», ma anche: quali relazioni sono nate? Quale crescita nella fede? Quale capacità di accoglienza? Quale apertura missionaria? |
| 12. Appartenenza selettiva. Si può appartenere molto al proprio gruppo e poco alla comunità parrocchiale. | Coltivare un’appartenenza ecclesiale più larga. La vita dei gruppi dovrebbe continuamente ricondurre alla comunità: Eucaristia domenicale, momenti comuni, feste, formazione, servizio condiviso. Il gruppo non è il punto di arrivo, ma uno dei luoghi attraverso cui si appartiene alla Chiesa. |

