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Dallo “slow food” alla “slow pastoral”. Che fine hanno fatto i gruppi giovanili?

Giulio Madeddu

C’è una domanda che da qualche tempo continua ad accompagnarmi e che vorrei condividere, senza alcuna pretesa di offrire risposte definitive: che fine hanno fatto i gruppi formativi giovanili?

Mi riferisco a quella realtà che, fino ai primi anni Duemila, costituiva quasi l’ossatura della pastorale giovanile nelle nostre parrocchie. Penso ai gruppi dell’Azione Cattolica, dell’AGESCI, dei movimenti ecclesiali, ma anche ai tanti gruppi parrocchiali che, pur senza appartenere a una particolare associazione, rappresentavano un luogo stabile di crescita umana e cristiana.

Avevano caratteristiche semplici, ma decisive. Erano formati da ragazzi e giovani di età abbastanza omogenea. Coltivavano un forte senso di appartenenza alla comunità cristiana. Seguivano un percorso di formazione, magari non sempre strutturato, ma comunque riconoscibile. Avevano un coordinatore o un animatore che accompagnava il cammino. Il parroco – o, talvolta, il vicario parrocchiale – non era un semplice spettatore: partecipava, sosteneva, incoraggiava, talvolta guidava direttamente il gruppo. Gli incontri avevano una cadenza regolare, quasi sempre settimanale. E, crescendo, molti ragazzi trovavano naturalmente uno spazio di servizio nella comunità: l’animazione liturgica, il coro, la catechesi, il volontariato, la carità. Insomma, il gruppo non era semplicemente un luogo dove stare insieme. Era un ambiente nel quale imparare a diventare cristiani e “abitare la comunità”.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila questa impostazione rappresentava anche uno dei grandi temi della riflessione accademica sulla pastorale giovanile. Studiosi come Riccardo Tonelli, Mario Pollo e Mario Midali dedicarono pagine importanti alle dinamiche di gruppo, al ciclo vitale dei gruppi di animazione, alla formazione degli animatori, alla loro vocazione educativa. Nomi che oggi forse ricordano soprattutto coloro che, come me, hanno ormai qualche (e non solo qualche) capello bianco.

Nel 1993 la Conferenza Episcopale Italiana istituiva il Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile, affidandolo a don Domenico Sigalini. Una stagione che diede impulso a moltissime diocesi italiane e che anche nella diocesi di Cagliari conobbe un periodo particolarmente fecondo grazie al servizio di don Marco Orrù.

Erano, inoltre, gli anni della progressiva diffusione delle Giornate Mondiali della Gioventù, che si inserivano naturalmente nei percorsi ordinari dei gruppi e delle comunità. Oggi, invece, c’è talvolta il rischio che la GMG venga vissuta prevalentemente come un evento straordinario, non sempre sufficientemente radicato nel cammino quotidiano dei giovani.

In quegli anni la forza della GMG stava proprio nell’esistenza di un “prima” e di un “dopo”. L’incontro con il Papa non rappresentava il traguardo, ma una tappa significativa all’interno di un percorso molto più ampio. I gruppi preparavano insieme l’evento, lo vivevano come esperienza comunitaria e, una volta rientrati, ne custodivano e rileggevano i frutti nella vita ordinaria. Anche chi non aveva potuto partecipare personalmente continuava il proprio cammino all’interno del gruppo, condividendone gli stimoli e le intuizioni. L’evento trovava così il suo significato più autentico perché era sostenuto e custodito da una comunità che continuava a camminare insieme.

Oggi, invece, ho l’impressione che tutto questo si sia progressivamente dissolto.

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che il mondo è cambiato. Le trasformazioni culturali, sociali ed ecclesiali degli ultimi vent’anni sono profonde. I giovani vivono tempi, linguaggi e modalità relazionali completamente diversi. Non possiamo semplicemente riproporre modelli del passato. E sono d’accordo.

Il problema, però, è capire se, nel cambiare i modelli, non abbiamo finito per perdere anche alcuni principi fondamentali. Per usare un’immagine popolare, forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca.

Abbiamo giustamente superato forme troppo rigide o eccessivamente organizzative. Abbiamo imparato a valorizzare la libertà personale, la flessibilità, gli eventi, le esperienze forti, i percorsi personalizzati. Ma, nello stesso tempo, abbiamo forse smarrito il valore della continuità, della fedeltà agli incontri, della crescita paziente, dell’appartenenza stabile, della relazione educativa che si costruisce negli anni e non nei weekend. La fede, infatti, non cresce per accumulo di esperienze emozionanti. Cresce dentro relazioni che durano.

Mi viene spontaneo pensare a ciò che è accaduto nel mondo dell’alimentazione. Per decenni abbiamo inseguito il fast food. Tutto doveva essere veloce, immediato, pratico. Poi ci siamo accorti che quella velocità produceva anche superficialità, omologazione e, in alcuni casi, perfino malessere. È nato così il movimento dello slow food, che non propone semplicemente di mangiare lentamente, ma di recuperare il valore del tempo, della qualità, della preparazione, della convivialità, del gusto.

Mi domando se qualcosa di simile non stia accadendo anche nella pastorale. Negli ultimi anni abbiamo moltiplicato eventi, iniziative, cregrest, giornate diocesane, altri appuntamenti coinvolgenti. Tutto molto bello. Tutto spesso anche molto ben organizzato. Ma siamo sicuri che questa successione di eventi basti a formare dei discepoli?

Non rischiamo, talvolta, una pastorale “fast food”, nella quale si consumano rapidamente esperienze anche significative, senza che trovino il tempo di sedimentare nella vita?

Forse oggi avremmo bisogno di una sorta di slow pastoral. Una pastorale capace di restituire valore alla lentezza e alla costanza. Non una pastorale lenta perché inefficiente, ma lenta perché educativa. Una pastorale che non abbia paura della ripetizione degli incontri, della fedeltà settimanale, dell’accompagnamento personale, della pazienza necessaria perché una coscienza cristiana maturi davvero.

Non si tratta di riproporre nostalgicamente i gruppi degli anni Novanta. Si tratta, piuttosto, di domandarsi quali siano oggi gli ambienti nei quali un ragazzo possa vivere un’appartenenza stabile, essere conosciuto per nome, confrontarsi con coetanei, essere accompagnato da adulti credibili, imparare gradualmente a servire la comunità e, soprattutto, lasciarsi trasformare dal Vangelo.

Forse le forme dovranno cambiare. Forse anche i linguaggi. Ma il bisogno di crescere insieme, di camminare con altri, di avere qualcuno che accompagni il proprio percorso e una comunità nella quale sentirsi a casa non è affatto scomparso. È semplicemente rimasto in attesa di trovare forme nuove.

E forse il futuro della pastorale giovanile non passerà tanto dall’inventare continuamente qualcosa di diverso, quanto dal recuperare il coraggio di restituire tempo alla formazione. Perché la fede, come ogni realtà viva, non si consuma in fretta. Ha bisogno di tempo per mettere radici.