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Educare o intrattenere? L’equivoco che rischia di spegnere l’oratorio

Simone Bellisai

Nel dibattito pubblico, anche in ambienti lontani dalla vita ecclesiale, si sente spesso invocare un ritorno all’oratorio come antidoto a qualcosa: alla dipendenza dagli schermi, all’isolamento dei ragazzi, alla fragilità delle relazioni tra adolescenti. L’oratorio viene evocato come un luogo sano, autentico, capace di restituire ai giovani ciò che il digitale avrebbe sottratto. È un riconoscimento sincero, ma nasconde un equivoco che vale la pena nominare con chiarezza. E l’equivoco, spesso, non riguarda solo chi osserva da fuori.

Il primo fraintendimento è quello di immaginare l’oratorio come uno scudo analogico contro il dilagare del digitale, come se la sua missione fosse quella di opporre resistenza alle nuove tecnologie o di nutrirsi della nostalgia per un tempo che non tornerà.

Il secondo, non meno insidioso, è quello di strutturare le attività oratoriali come una proposta di intrattenimento in concorrenza più o meno consapevole con le altre offerte per i ragazzi, abbandonando per strada la vocazione educativa che è la ragione stessa dell’esistenza dell’oratorio.

L’oratorio non nasce per intrattenere, né per tamponare le perdite.

Nasce, nella forma che ancora oggi riconosciamo, dall’intuizione di san Filippo Neri intorno al 1550 e viene rilanciato con forza da san Giovanni Bosco nel 1846: un luogo di incontro tra i giovani e la comunità cristiana, dove il gioco, la cultura e la preghiera non sono compartimenti separati ma aspetti di un unico cammino.
Nel 2013 la CEI ha dedicato a questo tema la nota pastorale Il laboratorio dei talenti, primo documento nazionale sugli oratori in Italia, che definisce l’oratorio come spazio di accompagnamento della crescita umana e spirituale delle nuove generazioni, con una precisa responsabilità educativa affidata a chi lo anima e lo guida.

Tutto questo vale anche, e forse soprattutto, per l’oratorio estivo.

L’oratorio estivo non è la versione meno impegnata dell’oratorio invernale, quella in pantaloncini corti e con le bombe d’acqua.

Non è nemmeno il rimedio a un fenomeno che molte comunità conoscono bene: con la fine dell’anno catechistico, le famiglie tendono a sparire anche dalla messa domenicale. Un legame troppo stretto tra incontro di catechesi e partecipazione al rito della messa ha prodotto, in molti contesti, una dipendenza per cui l’una finisce insieme all’altra, e spesso senza nemmeno percepire quale sia la peculiarità di ciascuna. Pensare l’oratorio estivo come un modo per tenere vicini i ragazzi che non si vedono più a messa, magari con le migliori intenzioni, significa ridurlo a una funzione di sorveglianza pastorale che non gli appartiene.

È invece un tempo che valorizza il periodo di riposo dall’attività catechistica e scolastica come culmine di un cammino annuale e come preparazione alla ripresa. Il CRE e il GREST, acronimi di Centro Ricreativo Estivo e GRuppo ESTivo che compaiono negli avvisi parrocchiali e nelle locandine in bacheca, non sono semplicemente delle settimane di giochi organizzati. Sono il modo in cui una comunità parrocchiale abita l’estate insieme ai suoi ragazzi, dentro una logica educativa che non va in vacanza.

Il rischio, in questo periodo dell’anno, è che l’oratorio estivo venga percepito, anche da chi lo organizza, come un servizio di custodia: una soluzione pronta e infiocchettata per i genitori che attendono le ferie. È una pressione reale, comprensibile, e non è sbagliato andare incontro alle famiglie. Ma cedere interamente a questa logica significa trasformare l’oratorio in qualcosa che già esiste altrove, e che altri fanno altrettanto bene se non meglio: i centri estivi comunali, le colonie in montagna, le proposte dei privati.

Ciò che l’oratorio offre in modo proprio non è l’attività in sé, ma il contesto in cui si svolge, fatto di relazioni autentiche, di animatori che condividono un’intenzione educativa precisa, di momenti di preghiera e riflessione che non stonano tra un laboratorio e una partita di calcio, ma li attraversano e li orientano.

Dentro questa cornice, l’uso degli strumenti digitali non è una contraddizione. Gli oratori che pubblicano sui social le foto delle giornate, i reel degli animatori, i momenti di festa, non stanno tradendo la loro identità: stanno comunicando con i loro stessi strumenti la bellezza di stare insieme. Il digitale non è solo un mezzo, ma un ambiente abitato anche dai ragazzi, e soprattutto non è un nemico. La questione non è se usarlo e abitarlo, ma per dire cosa e con quale intenzione.

La domanda che vale la pena porre non è se l’oratorio riesca a essere abbastanza divertente da reggere il confronto con le altre proposte estive. È se sappia restare riconoscibilmente se stesso: un luogo in cui l’estate non è solo una pausa tra un anno scolastico e l’altro, ma una tappa di un cammino più lungo. Nessun centro estivo, per quanto ben organizzato, può offrire questo. Non perché sia meno capace, ma perché semplicemente non è la sua vocazione. Quella dell’oratorio sì, e guai a perderla di vista.