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Whatsapp per la cura pastorale della comunità

WhatsApp per la cura pastorale della comunità parrocchiale

Simone Bellisai

Whatsapp per la cura pastorale della comunitàUno dei problemi più diffusi ma forse meno discussi nella vita parrocchiale è la frammentazione della comunicazione al suo interno. Le attività ci sono, spesso anche numerose, ma la maggior parte dei parrocchiani ne conosce solo la porzione che lo riguarda direttamente. Il catechista sa del catechismo, il corista sa del coro, l’animatore in oratorio sa dell’oratorio. La vita della comunità nel suo insieme resta vaga, e questo ha un costo pastorale reale: si indebolisce il senso di appartenenza a un corpo unico, si moltiplicano i “sotto campanili”, si perde quella consapevolezza reciproca che nelle prime comunità cristiane era considerata essenziale. Il problema si avverte ancor di più allargando lo sguardo a chi non ha un servizio attivo ma frequenta solo la messa domenicale e fatica a percepire il corpo pulsante della parrocchia.

La bacheca all’ingresso della chiesa e gli avvisi a fine messa restano strumenti preziosi, soprattutto per chi ha poca dimestichezza con il digitale, ma da soli non bastano più.

WhatsApp, da semplice servizio di messaggistica divenuto un vero e proprio spazio sociale, offre oggi tre strumenti che rispondono a esigenze comunicative diverse di una parrocchia. Non si tratta di modernizzarsi per il gusto di farlo, ma di riconoscere che uno strumento già presente nella quotidianità dei parrocchiani può essere messo al servizio della comunione.

Il primo e più conosciuto è il gruppo, la classica chat condivisa. I gruppi funzionano bene per cerchie definite: il consiglio pastorale, i catechisti, i volontari di un’iniziativa specifica. Sono stanze di conversazione dove tutti possono intervenire, condividere documenti, foto e anche sondaggi con risposte in tempo reale, evitando il classico susseguirsi di “sì”, “ok”, “per me va bene” che intasa la chat dopo ogni richiesta di conferma. Con un utilizzo appropriato e moderato si attenua anche il timore di chi si vede aggiunto all’ennesima chat a rischio di notifiche invadenti.

Quando però la comunicazione parrocchiale si articola su più livelli, servono strumenti diversi. Qui entrano in gioco le community, introdotte nel novembre 2022 e ancora poco utilizzate in ambito ecclesiale. Il nome stesso dovrebbe suggerire qualcosa. Se il gruppo è una stanza, la community è l’edificio intero: un contenitore che raccoglie fino a cinquanta gruppi collegati tra loro. Ogni gruppo mantiene il proprio argomento, ogni membro vede solo i gruppi a cui è iscritto, ma gli amministratori dispongono di un canale annunci attraverso il quale possono inviare comunicazioni a tutta la comunità in un colpo solo, senza che il messaggio si perda nel flusso delle singole conversazioni.

La community diventa così lo strumento per tenere insieme le diverse realtà senza confonderle: il gruppo catechisti discute di catechesi, il gruppo liturgico di liturgia, ma quando c’è qualcosa che riguarda tutti, raggiunge tutti.

Il vantaggio pratico è che rende la gestione più razionale per chi amministra, senza cambiare le abitudini di chi frequenta i singoli gruppi, anzi spesso senza che nemmeno se ne accorgano.

C’è poi un terzo strumento con potenzialità specifiche: il canale. A differenza dei gruppi e delle community, il canale è uno spazio di comunicazione a senso unico: l’amministratore pubblica, gli iscritti leggono e possono reagire, ma non rispondono. Non ci sono limiti al numero di iscritti e i numeri di telefono restano invisibili. È lo strumento ideale per trasmettere informazioni a un pubblico ampio senza aprire una discussione: orari delle celebrazioni, segnalazione di eventi, comunicazioni rapide che un tempo vivevano solo sul sito web parrocchiale.

Nessuno di questi strumenti, da solo, risolve la frammentazione comunicativa di una parrocchia. Ma la loro combinazione consapevole può contribuire a quella cura dei legami comunitari che è uno dei compiti fondamentali della pastorale. Non si aggiunge un’incombenza digitale, si riconosce che mantenere informata e connessa la comunità è di per sé un atto di cura e che gli strumenti, in molti casi, sono già nelle nostre tasche.