
Ci sono Consigli pastorali parrocchiali che funzionano soprattutto come cabine organizzative: si stabiliscono date, si distribuiscono compiti, si prepara la festa patronale, si decide chi farà cosa. Altri diventano prevalentemente assemblee informative: il parroco comunica ciò che è stato fatto o ciò che si intende fare e i consiglieri ne prendono atto. Altri ancora vengono convocati quando occorre ottenere un parere su una decisione che, nella sostanza, è già stata presa.
Non sono necessariamente riunioni inutili. Il problema è un altro: è questo ciò per cui esiste un Consiglio pastorale? Una risposta sorprendentemente limpida viene da alcune parole pronunciate da Giovanni Paolo II più di quarant’anni fa.
Le indicazioni sempre attuali di San Giovanni Paolo II
È domenica 17 febbraio 1985. Giovanni Paolo II visita la parrocchia romana della Beata Vergine Maria della Perseveranza. Nel corso della visita incontra le diverse realtà della comunità e, rivolgendosi ai membri del Consiglio pastorale, pronuncia poche parole, senza la forma di un discorso sistematico. Proprio per questo hanno la freschezza e la concretezza di un’indicazione pastorale:
«Vi ringrazio per questo vostro apostolato centrato sulla parrocchia e messo in atto dalle varie componenti della parrocchia stessa, dai gruppi più qualificati. Penso che si debba sempre scoprire ciò che è essenziale, ed essenziale è che Cristo ci ha salvato, ci ha redento, ci ha offerto il dono della salvezza eterna. Coloro che sono consapevoli del dono di Gesù costituiscono la Chiesa e come Chiesa ci vuole anche la consapevolezza di come far fruttare quel dono con perseveranza, come dice il titolo della patrona della vostra parrocchia. Per perseverare ci vuole sia il consiglio personale che il consiglio comunitario. Ciascuno di noi deve cercare la sua salvezza personale in Cristo, ma deve anche cercare la salvezza della comunità. Ci vuole quindi collaborazione nella forma più intensa. Essa si esprime, appunto, attraverso questi consigli pastorali nati a seguito del Concilio Vaticano II. Consiglio pastorale vuol dire un consiglio che cerca di collaborare con Cristo Buon Pastore ai compiti pastorali del sacerdote. Per questo vostro impegno al compito salvifico io vi ringrazio, e con voi le vostre famiglie, i vostri cari, e vi benedico di cuore».
Sono parole del 1985, ma contengono alcune indicazioni che sembrano scritte per molti nostri Consigli pastorali di oggi.
Cinque parole, in particolare, possono aiutarci a comprenderne il senso: essenziale, consapevolezza, perseveranza, comunità, collaborazione.
1) Essenziale: prima delle attività viene la domanda sul Vangelo
«Si debba sempre scoprire ciò che è essenziale». È forse la frase più importante. Il Consiglio pastorale non nasce anzitutto per organizzare attività. Nasce per aiutare una comunità cristiana a riconoscere ciò che conta davvero in un determinato momento della sua storia.
Naturalmente una parrocchia deve anche organizzare. Ci sono calendari da costruire, iniziative da coordinare, problemi concreti da risolvere. Ma se il Consiglio pastorale dedica quasi tutto il proprio tempo a queste questioni, rischia di diventare una sorta di comitato organizzativo allargato.
La prima domanda dovrebbe essere un’altra: che cosa ci sta chiedendo oggi il Vangelo, qui?
Che cosa sta accadendo alle famiglie del nostro territorio? Perché tanti ragazzi, conclusa l’iniziazione cristiana, si allontanano? Quali persone non riusciamo più a incontrare? Quali nuove povertà stanno emergendo? Che cosa ci stanno dicendo gli anziani, i giovani, le coppie, chi si è allontanato dalla comunità? Quali energie lo Spirito sta facendo nascere e noi non abbiamo ancora riconosciuto?
Un Consiglio pastorale dovrebbe trovare il tempo per domande come queste. Altrimenti può accadere un paradosso: organizzare molto bene una pastorale che nessuno ha più verificato se sia ancora adeguata alla realtà.
2) Consapevolezza: leggere prima di programmare
Giovanni Paolo II introduce subito una seconda parola: «Coloro che sono consapevoli del dono di Gesù costituiscono la Chiesa». Prima del fare viene dunque il riconoscere.
Anche questa indicazione ha conseguenze molto concrete. Un Consiglio pastorale non dovrebbe cominciare sempre dalla domanda: «Che cosa facciamo quest’anno?». Dovrebbe imparare a domandarsi: «Che cosa sta accadendo nella nostra comunità?».
Occorre conoscere le persone, ascoltare il territorio, leggere alcuni dati, raccogliere domande, osservare cambiamenti. Ma occorre anche riconoscere ciò che già esiste: carismi, disponibilità, esperienze riuscite, ministeri, relazioni, piccoli germogli che rischiano di passare inosservati.
Il discernimento pastorale nasce precisamente dall’incontro tra il Vangelo e la realtà concreta.
Per questo un buon Consiglio non è semplicemente il luogo nel quale ciascuno esprime la propria opinione. «Secondo me» è inevitabile, ma non può essere il metodo del discernimento ecclesiale. Bisogna imparare ad ascoltare insieme la Parola, la vita della comunità, il territorio, le persone e ciò che attraverso tutto questo lo Spirito può suggerire alla Chiesa.
3) Perseveranza: meno eventi, più processi
«Come far fruttare quel dono con perseveranza». La parola assume un significato particolare perché Giovanni Paolo II sta parlando proprio nella parrocchia dedicata alla Beata Vergine Maria della Perseveranza. Ma indica anche una questione pastorale molto attuale.
Le nostre comunità sono spesso capaci di iniziare iniziative. Più difficile è accompagnarle, verificarle, modificarle e, quando serve, anche concluderle.
Il calendario pastorale rischia così di crescere per accumulo: a ciò che già facevamo aggiungiamo ogni anno qualcosa di nuovo. E il Consiglio pastorale può diventare il luogo in cui questo calendario sempre più complesso viene amministrato.
Il suo compito dovrebbe essere anche un altro: custodire i processi.
Una scelta pastorale ha prodotto ciò che speravamo? Che cosa abbiamo imparato? Che cosa va corretto? È ancora necessario continuare? Occorre investire diversamente persone ed energie?
La perseveranza evangelica non significa ripetere indefinitamente le stesse cose. Significa rimanere fedeli alla meta, avendo anche il coraggio di cambiare strada quando quella percorsa non conduce più verso di essa.
4) Comunità: non rappresentanti di interessi particolari
«Ciascuno di noi deve cercare la sua salvezza personale in Cristo, ma deve anche cercare la salvezza della comunità». Qui emerge una delle conversioni più difficili per chi entra in un Consiglio pastorale.
Spesso i suoi componenti provengono da gruppi, ministeri e ambiti diversi: catechisti, animatori, Caritas, liturgia, famiglie, giovani, associazioni. È giusto che sia così. Ma una volta seduti nel Consiglio non sono semplicemente i rappresentanti del proprio settore.
Il catechista non è lì soltanto per parlare della catechesi. Chi appartiene alla Caritas non deve occuparsi esclusivamente dei poveri. L’animatore liturgico non interviene soltanto quando si parla delle celebrazioni.
Tutti sono chiamati a guardare l’intera comunità. È proprio questo uno dei servizi più preziosi del Consiglio pastorale: educare persone abituate legittimamente a osservare una porzione della vita parrocchiale ad assumere progressivamente uno sguardo d’insieme.
Non «il mio gruppo», «il mio settore», «la mia iniziativa», ma: che cosa serve oggi a questa comunità perché possa vivere e annunciare meglio il Vangelo?
5) Collaborazione: ma con chi?
L’ultima parola conduce al cuore della questione: «Ci vuole quindi collaborazione nella forma più intensa». Saremmo tentati di completare la frase dicendo: collaborazione con il parroco. Giovanni Paolo II va più in profondità. Il Consiglio pastorale, dice, cerca di «collaborare con Cristo Buon Pastore».
È un’espressione decisiva. Il Consiglio non esiste semplicemente per aiutare il parroco ad avere più collaboratori. Non è la squadra del parroco, né il gruppo delle persone di cui egli maggiormente si fida. E neppure costituisce una sorta di piccolo parlamento chiamato a controbilanciare l’autorità del parroco.
Parroco e consiglieri sono posti, con responsabilità differenti, davanti alla stessa domanda: che cosa chiede Cristo Pastore a questa comunità? È qui che comincia propriamente il discernimento.
Un organismo consultivo, ma non irrilevante
Rimane una questione decisiva. Il Codice di diritto canonico precisa che il Consiglio pastorale «ha solamente voto consultivo» (can. 536 §2). Ma consultivo non significa facoltativo, ornamentale o poco rilevante.
L’Istruzione sulla conversione pastorale della comunità parrocchiale del 2020 mette in guardia proprio da due deformazioni opposte: da una parte un parroco che presenta al Consiglio decisioni già prese; dall’altra un Consiglio nel quale il parroco viene considerato semplicemente come uno dei membri. Autorità e corresponsabilità non si escludono: devono imparare a stare insieme.
È qui che il «consigliare» assume il suo significato più propriamente ecclesiale. Non consiste semplicemente nell’esprimere opinioni, ma nel contribuire a formare un giudizio pastorale. Per questo occorre ascoltare, conoscere la realtà, confrontarsi con la Parola di Dio, distinguere ciò che è essenziale da ciò che è secondario ed essere disponibili anche a modificare le proprie convinzioni.
Se il parroco entra nella riunione avendo già deciso tutto, non c’è vero discernimento. Ma non c’è discernimento neppure quando ogni consigliere arriva soltanto per difendere il proprio gruppo, la propria sensibilità o la propria proposta.
Francesco, nella Lettera ai parroci del 2024, ha invitato proprio ad «apprendere e praticare l’arte del discernimento comunitario», indicando il Consiglio pastorale tra i luoghi nei quali essa può essere esercitata. E il Documento finale del Sinodo del 2024 ha precisato che gli organismi di partecipazione partecipano al discernimento e concorrono ai processi decisionali.
La distinzione è importante. Una cosa è prendere la decisione finale, altra cosa è costruire insieme il processo che conduce a quella decisione. Il Consiglio pastorale serve soprattutto a questo: porre le domande giuste, raccogliere elementi, ascoltare sensibilità differenti, individuare priorità e verificare nel tempo le scelte compiute.
Il fruttuoso impegno di tornare all’essenziale
La domanda del titolo — organismo consultivo o luogo di discernimento? — contiene dunque un’alternativa che non dovrebbe esistere. Il Consiglio pastorale è un organismo consultivo, ma la consultazione, quando è vissuta ecclesialmente, diventa esercizio di discernimento.
Non trasferisce al Consiglio l’autorità propria del parroco e non serve a dare una parvenza partecipativa a decisioni già prese. È piuttosto il luogo nel quale ministeri, carismi, esperienze e sensibilità differenti cercano insieme ciò che serve alla missione della comunità.
Si torna così alla prima parola di Giovanni Paolo II: «Si debba sempre scoprire ciò che è essenziale».
Forse ogni Consiglio pastorale dovrebbe ripartire periodicamente proprio da questa domanda: che cosa è essenziale, oggi, per la nostra comunità? Che cosa il Signore ci sta chiedendo di custodire, cambiare, lasciare o iniziare?
Se un Consiglio impara a interrogarsi così, forse organizzerà qualche attività in meno. Ma potrà realizzare meglio ciò per cui esiste: non semplicemente collaborare con il parroco, ma, insieme a lui, «collaborare con Cristo Buon Pastore».

